Inchieste

I BILANCI FALSI DEI PROGETTI DI COOPERAZIONE – Parte Seconda

I BILANCI FALSI DEI PROGETTI DI COOPERAZIONE
Parte Seconda


I COOPERANTI: IL MEGLIO E IL PEGGIO DELLA SOLIDARIETA’

Sportello del cittadino del Comune di ….., anagrafe, rinnovo carta di identità.
I dati sono gli stessi della vecchia carta d’identità?” – chiede l’impiegata.
Si, fino alla professione.”
  “Cosa mettiamo come professione?” – chiede l’impiegata.
“Operatore umanitario”.
“Scusi?” – chiede la donna.
 “Si, sono uno di quelli che va in giro per salvare il mondo.”
 Ah, dunque volontario!” replica la donna, confermando di aver capito tutto.
 “Perché fare il volontario è una professione e tentare di salvare il mondo non lo è?”
 “Sul sistema non trovo corrispondenze, signore.”
Ah quindi il volontario è previsto dal sistema, anche se sono pagati con noccioline, gli operatori umanitari invece che sono dei professionisti non esistono. Sia gentile, provi a guardare se trova Esperto di Cooperazione Internazionale”
“Mi dispiace Signore, non trovo riscontri”
 “Allora provi a cercare Cooperante”.
In passato il termine “cooperante” non era contemplato in nessun dizionario. Oggi invece i dizionari della lingua italiana aggiornati ne danno 2 definizioni:
1. Aggettivo: “Che coopera; anche, fondato sulla cooperazione”. 
2. Singolare maschile e femminile: “Chi fa parte di un’organizzazione che realizza o partecipa a progetti di cooperazione allo sviluppo”.
Chiariamo, a me personalmente essere definito cooperante non è mai piaciuto, mi ha sempre ricordato le cooperative rosse, e che una cooperativa comunista vada a salvare il mondo su indicazioni di Stalin o di Lenin mi sembra un pò una storiella da mille e una notte.
 “Mi dispiace signore, non trovo neanche cooperante”
 “OK, metta pure volontario allora, altrimenti passiamo la giornata a cercare qualche definizione che non esiste.”
Ecco, la professione del Cooperante non esiste. Eppure hanno istituito corsi universitari, master, c’è gente pagata 20.000 euro al mese per fare niente, o come diceva Al Capone nel film The Untachable”gente “tutto chiacchiere e distintivo”, fior fiore di organizzazioni che si occupano di cooperazione internazionale, e non solo in Italia, centinaia di migliaia di persone che vanno in giro per salvare il mondo e che ricordano i protagonisti del film “Gremlins”prodotto da Spielberg, li ricordate? Quegli animaletti simpatici che appena si muovevano facevano danni?
Quanto descritto non è un racconto ma è quanto tristemente accade giornalmente ad ognuno di coloro che credono che lavorare nella solidarietà sia una professione: il cooperante non esiste. Punto. Eppure la figura del cooperante è quella più importante nello svolgimento dei progetti salvamondo, ma per l’anagrafe e per la legge non esistono. E senza i cooperanti non esisterebbero neanche le ONG e le varie multinazionali della solidarietà, che invece utilizzano il cooperante per farsi pubblicità di un lavoro che non fanno le organizzazioni ma coloro che ci lavorano.
Questa è la ragione per cui i miei articoli sulla solidarietà sono frequenti, e a buon donde, visto che non ne parla nessuno. Quanti sono i cooperanti? Nessuno lo sa, come nessuno sa quante siano le associazioni e Ong che affollano le “presunte” parti povere del mondo. Un business di centinaia di miliardi di euro e di dollari spesi ogni anno per non vedere alcun risultato e di fatto ad oggi nonostante l’impegno profuso e il denaro speso nessun paese povero è uscito dallo stato di “presunta” povertà.
Ogni goccia è importante per cambiare il mondo, dicono i vecchi romantici catto-comunisti, e tante gocce potrebbero creare un mare, ma tante gocce in un deserto inumidiscono solo un pò di sabbia, e basta. E questo è ciò che fa la cooperazione, inumidisce la sabbia dei paesi poveri ma bagna con una pioggia di denaro chi gestisce le fila del Muppet show di quella solidarietà che da un pò di anni è diventata una professione, ma l’impiegata dell’anagrafe non lo sa, le ong lo sanno e la spacciano come una eccellenza, i governi la promuovono stanziando miliardi, ma gli unici che dovrebbero essere informati di ciò che li riguarda non sanno un bel niente. Quelli che per me continuano ad essere  romanticamente “operatori umanitari” oggi pensano di essere i fighetti di turno, quelli che quando passano la gente si scansa inchinandosi  al loro passaggio “chapeau”, quelli che si autoelogiano con titoli da PhD, con Curricula che al settore studi riportano una lista che quella della spesa del sabato di una famiglia di 6 persone al confronto è una quisquilia, ma sono quelli che nella realtà non esistono, non lo sa l’impiegata, ma non lo sanno neanche milioni di persone che neanche sanno che esiste la cooperazione internazionale. Il Cooperante è colui che crede di essere un “high profile” e nella realtà è un “no profile”
E noi che lo facciamo con passione ce ne freghiamo di ciò che pensa la burocrazia e il popolo, noi che facciamo bene cooperazione, non io in realtà che non mi è stato più permesso di rientrare a fare ciò che avevo pensato come una scelta di vita, sappiamo che per fare bene il nostro lavoro serve un equilibrio perfetto tra professionalità e passione, tra testa e cuore, tra denaro speso e risultati. Un peso squilibrato farebbe pendere il piatto della bilancia da un lato o dall’altro: con troppo cuore, con un impegno svolto con passione ma senza competenze si sarebbe niente più che volontari da oratorio, dal lato opposto invece con troppa professionalità, si sarebbe solo un minuscolo granello di pulviscolo perso in una mare di inefficiente burocrazia, poco funzionale ai progetti ma utilissimi al disboscamento per produrre milioni di fogli di carta sprecati in rapporti, relazioni e studi.
Il cooperante ieri era una persona che decideva per una scelta di vita dura, rischiosa, senza tempo per riposare, risucchiato dagli eventi, impegnato nella gestione di emergenze conseguenti a catastrofi fino alla più delicata costruzione e trasmissione di competenze. Fino a qualche tempo fa bastava un sorriso di un bimbo a giustificare l’importanza della nostra scelta. Quando tornavo dalle mie missioni passavo intere serate con i miei amici a commentare foto e diapositive, a raccontare storie. A volte ci sentivamo eroi ma non lo eravamo affatto, si trattava solo di generosità, di sentirsi gratificati per i risultati, visitando luoghi che neanche ricorrendo a Google Earth si riescono ad individuare, condividendo momenti di vita con altre culture, con altre genti. Oggi è una professione, vissuta per lo più seduti a scrivere, scrivere e scrivere e compilare statistiche a cui neanche chi le scrive ci crede.
Da quando la cooperazione è stata burocratizzata non si sentono più storie da libro “Cuore”, nessuno ha più niente da raccontare; vivere a Moba nel buco del culo del mondo a cercare bambini malnutriti che non esistono è quasi una normalità, anche se poi per mesi si resta isolati, con rifornimenti che non arrivano a causa delle piogge, delle strade impraticabili, della pista d’atterraggio inagibile per le pozzanghere.
Quando ho compiuto questa scelta radicale di vita ho abbandonato tutto e per qualche anno ci ho creduto profondamente che era possibile creare “un mondo possibile”, salvo verificare con il tempo che in realtà stavo solo collaborando a creare un mondo ancora più impossibile. I miei sogni infranti davanti ad una relazione da scrivere inventandosi di bambini che non erano malnutriti severi ma con grande fantasia e con molto sforzo lo erano appena appena moderati, cambiando i parametri di un solo cm per farli passare da una categoria all’altra.       Tuttavia decisi di continuare, mettendoci la passione di sempre, nella consapevolezza che in Italia, dopo tanti anni fuori, non avrei mai più trovato un impiego. E così è stato! Ma fino a quel momento mi bastava sapere di aver dato una mano a far crescere i miei collaboratori, mi bastava il loro abbraccio a fine missione, mi basta oggi uno scambio di chat su skype o messenger per giustificare che ciò che avevo fatto era la scelta migliore per appagare la mia sete di sapere, di conoscere, di dare senza ricevere. Romanticismo allo stato puro o forse solo illusione.
Un giorno appena giunto in Afghanistan per una ennesima missione impossibile in cui ero specializzato, subito dopo l’invasione degli americani o dalla liberazione dai talebani, a seconda dei punti di vista di quale parte politica espone l’evento, aprii un cassetto chiuso a chiave gestito da un collega che non avevo conosciuto e che aveva già lasciato il paese, e scoprii un discreto numero di blocchetti di fatture e ricevute in bianco e un altrettanto discreto numero di timbri di shops e imprese. Andando a ficcanasare negli archivi impiegai 5-secondi-5 a capire che alcuni progetti erano stati interamente rendicontati con fatture false e probabilmente mai neanche iniziati.
    “Probabilmente” è naturalmente un eufemismo.
Indagando molto cautamente verificai che i progetti, trattandosi di emergenza furono finanziati in loco, direttamente dall’Ambasciata italiana, ma mai monitorati.
I rendiconti dei progetti per chi non è addetto ai lavori corrispondono ai bilanci, e se i progetti sono finanziati in loco quindi non gestiti dalle sedi centrali delle ONG mi è sempre rimasto l’atroce dubbio se in quel caso specifico, in Afghanistan, si fosse trattato di una iniziativa del precedente collega o se la ONG avesse partecipato alla spartizione degli utili, cosa di cui dubitai fortemente. E siccome non ero li a fare l’investigatore ma a gestire da solo 20 progetti decisi, come avrebbero fatto tutti al posto mio, di dedicarmi a quello per cui ero pagato, in realtà senza contratto e senza contributi, senza co.co.co. e senza co.co.pro, senza un contratto di consulenza e senza assicurazione. Un anno, tra gente che saltava su mine antiuomo, tra rischi attentati e sequestri, senza mai rischiare una sola volta la vita, a differenza di quanto accadeva in giro per il paese. E più diventavo esperto più sorgevano sospetti su alcune situazioni che avevo visto e vissuto in passato e a cui a suo tempo non avevo dato peso.
Il cooperante quindi nel bene e nel male ricopre una figura fondamentale nei progetti. Io ho avuto la fortuna di conoscerne molti, la maggioranza, che ai progetti di solidarietà ci ha dedicato la vita, alcuni lasciandocela per strada. E in questa occasione ne approfitto per rivolgere un pensiero a chi ho conosciuto personalmente e con cui ho condiviso momenti di vita ed altri che non ho conosciuto ma di cui tutte le cronache ne hanno per lo meno dedicato un trafiletto.
Nel 2005 Maria Bonino, medico del CUAMM morì in Angola dopo aver contratto il virus di Marburg e dopo aver salvato la mia vita, quella di mio figlio e di mia moglie, oltre a tentare di salvare quella di qualche migliaio di bambini. Quando mi avvisò che a Uige era in corso una epidemia mortale che colpiva in prevalenza bambini al di sotto dei 5 anni presi mio figlio che di anni ne aveva 4 e insieme a mia moglie riuscimmo a fuggire in tempo quando la città era stata già bloccata da medici e truppe in scafandri, attraversando 250 km di foresta fino a Luanda con una Fiat Ritmo che stava in piedi per misericordia. I miei colleghi a cui l’Ambasciata e il buon senso dell’organizzazione avevano imposto di lasciare il paese appena giunti in Italia furono trattenuti allo Spallanzani di Roma in quarantena, mentre io e i miei la quarantena la facemmo a casa sotto il controllo dell’Ospedale Sacco di Milano. Ma Maria ormai era stata infettata e nonostante un timido miglioramento in una clinica privata di Luanda ci lasciò in una maniera atroce inimmaginabile tanto da evitare da descrivere cosa provoca Marburg.
Athos Zebri, cooperante GVC, grande amico e persona speciale, ci lasciò prematuramente con sospetta TBC contratta sicuramente nel corso del suo lavoro, oltre ad un tumore ai polmoni conseguenza delle migliaia di sigarette che il lavoro sotto stress induceva a fumare.
Alberto Vidano, noto come Merlino, ex cooperante ALISEI, mancato poi in Italia, anch’egli prematuramente ma per cause sconosciute, si presume cirrosi e si presume da HCV.
Un altro cooperante ALISEI fu ucciso in Angola nel 2004, ma nessuno ne parlò mai, picchiato a morte dal personale locale che non riceveva stipendi a causa del mancato invio di fondi dalla ONG dall’Italia.
E poi come non dimenticare lo straziante caso di Giovanni Lo Porto sequestrato dai jihadisti in Pakistan e morto in un raid degli americani; Cesare Tavella ucciso in un agguato nel quartiere di Gulshan a Dacca, Bangladesh; Sandro Abati ucciso in una guest house a Kabul durante un attacco dei talebani; Vittorio Arrigoni impiccato a Gaza; Iendi Iannelli e Stefano Siringo trovati morti a Kabul per esalazioni di monossido di carbonio causato sicuramente da un difetto della stufa, unico metodo per potersi riscaldare nei gelidi inverni afghani; Amedeo Granelli morto in Colombia in un incidente stradale; la cara amica Claudia D’antona, trucidata a Dhaka nel luglio 2017 insieme ad altri italiani, nel blitz in un ristorante da parte di pazzi jihadisti.
Claudia non era una operatrice del settore, era una imprenditrice torinese che viveva in Bangladesh ma che dedicava tempo, fondi e attenzioni supportando associazioni e ong che operavano in Bangladesh a favore soprattutto di bambini. Dovevamo vederci a Torino dopo una settimana da quel tragico giorno. L’ultima chat resta ancora oggi sospesa su Messenger e mai cancellata insieme al suo profilo mai cancellato. Molti altri li hanno preceduti ma di cui nessuno ne ha notizie mentre ci si augura che la lista si fermi qui.
Un bollettino di guerra a cui io stesso sono scampato per un caso fortuito, dopo aver scoperto, ma in ritardo di 13 anni, di aver contratto un virus HCV, epatite C, in Congo e costretto ad un trapianto di fegato salvavita quando ormai tutte le speranze erano svanite.
Un bollettino di guerra a cui non mancano cooperanti e volontari sequestrati in un numero imprecisato: Rossella Urru, del CISP sequestrata nel deserto Saharuis, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo incautamente trovatesi in Siria a fare le volontarie per una minuscola e incosciente associazione di Bergamo, Simona Torretta e Simona Pari sequestrate in Iraq e diventate famose tanto da fare conferenze a destra e a manca, dimenticando però di citare che loro come tutti gli altri sequestrati sono sopravvissuti grazie al Governo italiano che ha pagato riscatti milionari. E via di questo passo. Rischio di contagi da malattie mortali, di incidenti stradali all’ordine del giorno dove si viaggia su strade o piste dove vale la legge del più forte. Dove la circolazione è con la guida a sinistra, come in Afghanistan e tutte le auto comprate in Pakistan hanno la guida a destra, dove prendere un aereo, magari un Antonov della seconda guerra mondiale, con nastro da imballaggio sui vetri della cabina dei piloti è la norma, dove le poltrone sono sedili di auto legati con lo spago. In Congo ex Zaire cade in media un aereo alla settimana ma è talmente normale che non ne parla più nessuno.
Mi perdoneranno coloro che non ho citato evitando di fare di questo scritto una lapide ai caduti dimenticati, a coloro che non hanno niente da invidiare alle morti bianche sul lavoro in Italia, mentre ciò che accade all’estero, cercando di salvare il mondo, passa quasi inosservato e non ha nessun colore.
Le colpe di tutto ciò? Forse solo trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Forse aver affrontato il proprio incarico in maniera troppo leggera pensando a un gioco, forse perchè le stesse organizzazioni, incautamente e solo per correre dietro ai finanziamenti prendono tutto ciò che capita inviando collaboratori al macello incuranti dei rischi, oppure non valutandoli nella giusta misura.
Quando tornavo dalle mie missioni spesso incontravo amici che mi dicevano “Vorrei avere il coraggio che hai avuto tu abbandonando tutto e andando in posti come quelli senza la certezza di tornare a casa”.
A me bastava il sorriso dei miei collaboratori a cui avevo insegnato qualcosa, la gratitudine di chi aveva ricevuto un aiuto, l’amicizia di chi prima aveva tentato di avvelenarmi e poi mi permetteva di girare di sera indisturbato, com’è sempre accaduto in qualsiasi parte del mondo mi sia recato. Mi sentivo invulnerabile, forse come tutti, anzi forse ancora di più perchè potevo contare sulla mia esperienza, per essere sopravvissuto alla giungla, quella vera, e oggi invece mi rendo conto della vulnerabilità e di quanto io e altri siamo stati strumentalizzati in nome di una solidarietà che già da tempo ho scoperto essere in buona parte essere finta.
Oggi questa cooperazione fatta con 50% di cuore e 50% di professionalità non c’è più. Ci sono ancora migliaia di colleghi che lavorano con professionalità e cuore, ma con il tempo migliaia di giovani si sono riversati dalle Università e molti continuano a frequentare i corsi di Scienze Internazionali della Cooperazione allo Sviluppo credendo di accedere con più facilità ad un lavoro che è una nuova invenzione, che garantirà lauti guadagni per il resto della vita. Alle Università non insegnano ad apprezzare i sorrisi ma le buste paga a fine mese. Molti si aggirano nelle strade del mondo come nella vecchia canzone che parlava di Pippo: “Ma Pippo, Pippo, non lo sa che quando passa ride tutta la città”. Molti non sanno di essere derisi e canzonati non solo dove si recano ma anche da dove partono. I Co.Co.Co e i Co.Co.Pro sono una presa in giro, e nessuno lo sa. Non un solo cooperante si è mai posto il problema di recarsi all’INPS a chiedere un estratto contribnutivo per scoprire che con la gestione separata a cui fanno riferimento i contratti a progetto, la pensione a cui avranno diritto dopo 40 anni di onorata carriera in giro a salvare il mondo, non gli permetterà neanche di accedere alla pensione sociale di € 448,07. Nessuno sa che il rischio di ammalarsi o di lasciarci le penne non garantirà neanche un indennizzo da parte dell’INAIL e che se le conseguenze si scoprono dopo anni ci pensa la prescrizione a cancellare ogni diritto. E se anche ci fosse stata un’assicurazione privata attiva, la prescrizione per loro entra in vigore ancora prima, un anno per le assicurazioni private, 3 anni per l’INAIL.
La professione di cooperante esiste solo nella mente di chi lo è e pensa di esserlo per tutta la vita. E l’istituzione di tutti i nuovi corsi universitari hanno avuto solo l’effetto non di creare professionisti ma di inflazionare il mercato, far crollare le retribuzioni, e mettere in moto un meccanismo di rotazione senza precedenti con una legge di mercato che rende la categoria tra le più vulnerabili: o si è complici delle ONG o si è esclusi dal circuito. E se tra un incarico e un altro passano mesi senza lavorare quel poco che si è risparmiato finisce in un batter d’occhi e chi ha famiglia rischia di dover ringraziare il reddito di cittadinanza se sarà approvato, altrimenti non saprà cosa dare da mangiare ai propri figli perchè l’incarico che speravi ti fosse assegnato è stato invece assegnato ad un giovane neo laureato pagato la metà o ad un amico degli amici.
L’unica speranza resta quella di accedere ad incarichi nelle Agenzie delle Nazioni Unite, a cui tutti indistintamente anelano, le uniche che garantiscono spettanze a tanti zeri e una pensione dopo 5 anni di collaborazioni. Ma anche per loro la musica sta cambiando, come per l’Unione Europea che sempre più affida incarichi a consulenze temporanee o affida a società di consulting esterne che di cooperazione ne sanno meno di niente, se non fosse per i collaboratori, spesso ex cooperanti, che gli mandano avanti i progetti, mentre loro l’unica cosa a cui sono interessati sono gli “administrative cost” e le“contingencies”. Non che per le ONG sia diverso ma per lo meno c’è la parvenza di etichettarsi come Terzo Settore mentre le Consultant sono imprese private.
Nel frattempo però emergono sempre più i misfatti compiuti in nome della solidarietà, Renzi & family ne sanno qualcosa, e grazie a lui e a tutti gli altri misfatti le donazioni dei privati diminuiscono, così come diminuiscono quelle dei donatori, ed in breve tempo tutti i propositi di espansione del Terzo Settore, e della Cooperazione in particolare, saranno ridimensionati da esigenze dei governi, come quello italiano, che taglierà sempre di più i fondi. E non sarà l’unico. Gli Stati Uniti già da tempo non finanziano più le Agenzie UN e già da tempo hanno ridotto i fondi alle UN. E allora la professione del Cooperante che già non esiste per l’anagrafe finirà per ridursi talmente tanto che saranno migliaia i giovani che si troveranno sul divano a godere del reddito di cittadinanza tanto osteggiato dalla sinistra ma unica vera possibilità di sopravvivenza. Non c’è lavoro per tutti e mai ci sarà, e la professione che non esiste sarà sempre di più riservata ai pochi collusi o amici degli amici che non avranno mai problemi di impiego; a coloro che vincono i bandi di selezione senza parteciparvi, a coloro che saranno capaci di superare i test del 2+2 ormai diventata una consuetudine a cui gli addetti delle risorse umane dedicano le maggiori attenzioni, insieme ai quadri logici, ai rapporti finanziari, alle chiacchiere e non alla sostanza, in una gestione della selezione ormai standardizzata.
L’aspetto più inquietante che riguarda la categoria è però la mancanza di una visione comune, l’assenza di un sindacato o di un Ordine che faccia “ordine” e che si occupi dei diritti degli operatori del settore, ma anche di punire i tanti millantatori e delinquenti che si intrufolano nelle maglie di una categoria senza controlli. Oggi chi parla di diritti non è mai un cooperante ma sono sempre e solo le ong, le stesse che concludono accordi con i sindacati, che, ironia della sorte sono gli stessi sindacati che hanno creato a loro volta delle ONG, vedi Iscos, Prosvil, Nexus. Ora proviamo a immaginare un rappresentante sindacale con un contratto co.co.co. di 6 mesi e che si batte rivendicano alcuni diritti, quante probabilità avrà di vedersi rinnovato il contratto co.co.co e in quante altre gli verrà proposto un altro incarico? Zero. Chiunque parli di diritti dei cooperanti dice chiacchiere. Le Ong in accordo con il Ministero delle Finanze, con quello degli Esteri e del Lavoro si sono inventati il salario convenzionale in base al quale pagare tasse e contributi. Una misura indicativa che nella realtà favorisce solo le ong ma non i cooperanti, permettendo loro di pagare qualche centesimo di contributi e una ritenuta d’acconto IRPEF che sarà naturalmente ridotta sulla base proprio del salario convenzionale.
Mai una volta che personalmente abbia udito di cooperanti che propongono una conferenza, un convegno, un meeting per parlare dei problemi che li riguardano. Mai!!!! Sarebbe curioso sapere quanti cooperanti hanno sbattuto la porta in faccia alle ong, quanti sono rimasti schifati, quanti delusi, quanti presi in giro, quanti non hanno mai percepito stipendi. Personalmente ho una vertenza sindacale in corso per spettanze non ancora percepite dal 2011, ma nella realtà solo in poche occasioni e con poche ONG ho ricevuto le spettanze in tempo. Molti invece ci hanno rinunciato perchè se si denuncia una ONG o se si promuove una vertenza sindacale la voce si sparge e non si trova più nessuno che propone uno straccio di incarico.
E se per caso nella cesta dei cooperanti si annida una mela marcia meglio estirparla subito prima che infetti anche le altre. Questo dovrebbe essere “il verbo”  non solo del cooperante ma delle ong e questo è lo scopo di quanto scrivo nei miei articoli, citare il peggio perchè il meglio abbia il coraggio e la forza di isolarlo, perchè se si commettono errori bisogna provvedere a ripararli, perchè non ci si copra dietro un’omertà mafiosa in una forma di autoprotezionismo che induce a ignorare e far finta di niente o non vedere quello che è lampante e sotto gli occhi di tutto.
Vogliamo parlare di colleghi come quello in Afghanistan che rendicontano progetti mai fatti? Quanti sono nella realtà i cooperanti che hanno fatto lo stesso? Vogliamo parlare di fatture di 40.000 € di gasolio in un progetto dove con le strade interrotte gli unici mezzi utilizzabili sono 8 moto? Vogliamo parlare di un magazzino di 80 mq costruito con 100 tonnellate di cemento? Vogliamo parlare dei Licantropi di cui agli editoriali 9: https://www.italiettainfetta.it/editoriale-9.html e 10: https://www.italiettainfetta.it/editoriale-10.html di Italietta infetta, oppure ai Dr Jekill e Mr Hide degli editoriali 10: https://www.italiettainfetta.it/editoriale-11.html​​​​​​​ e 11: https://www.italiettainfetta.it/editoriale-12.html​​​​​​​.
I reati all’estero non sono perseguibili e nessuno denuncia niente, ma nella realtà quante sono le denunce omesse? Nessuno lo sa perchè tutti hanno interesse a non sollevare polveroni sul settore.

Nessuno ha la più pallida idea di cosa avviene in un paese povero oggi quando giungono ONG e cooperanti, senza contare i paesi invasi dai caschi blu delle Nazioni Unite. A Rio de Janeiro a Novembre con l’approssimarsi del Natale e del Carnevale la città è invasa da prostitute e delinquenti. Con la Cooperazione avviene esattamente la stessa cosa. Il cooperante è un obiettivo, una preda, e quello a cui si assiste è uno spettacolo deprimente. A Monrovia mi è capitato di andare a strappare con la violenza una ragazzina ubriaca dall’interno di un’auto che riportava l’adesivo di una ong che si occupava di bambini, mentre tentavano di violentarla. Di storie come quella del Licantropo Monti che arriva a casa di sera con una minore e che produce una quantità di fatture false finendo arrestato in Liberia, come da mandato d’arresto di cui sopra, ma promosso dal VIS come Deputy Country Coordinator in Etiopia, oppure del Dr Jekill Cozza che invece le minori le stanava dai quartieri poveri per 5 dollari e le maggiorenni, sue studentesse, le abusava nei bagni dell’Università prima degli esami e che oggi fa il guru per Norwegian Refugee Council dopo aver anche lui visitato le carceri di Monrovia con il suo compare Monti (vedi medesimo mandato d’arresto del Monti).
a storia della cooperazione è piena di casi simili ma nessuno ne parla.  Pensare che siano casi sporadici e rari è un errore. Oxfam Haiti è un altro esempio ma sono tanti gli esempi da citare. Il Coordinatore Paese di COSV in Mozambico nel 2002 appena giunto si comprò una Harley Davidson rubata in Sud Africa e scorazzava per le strade di Maputo con Paoleta, una ragazza di 35 anni più giovane di lui, professione prostituta. Coordinatore che dopo due mesi scappò con il contenuto della cassa del’ufficio e con quello del conto corrente della ONG.
COSV all’epoca diramò un comunicato ma non lo denunciarono anche perchè il reato era avvenuto all’estero, appunto, dove la Giustizia italiana non aveva giurisdizione. Qualche anno dopo, a meno che non si trattasse di omonimia, lessi il suo nome tra gli esperti della Cooperazione Italiana in Albania. Se esistesse un Ordine di categoria non udiremmo più di casi simili, chi sgarra verrebbe subito radiato e dovrebbe dedicarsi ad altro, invece la Cooperazione è l’unico settore dove riciclarsi è un gioco da ragazzi, dove presentare CV farlocchi è all’ordine del giorno, dove basta anche una laurea falsa fotocopiata e qualche master autoprodotto per aprire la strada ad una carriera folgorante.
E poi come non citare i parties degli espatriati. Chi ha partecipato è testimone di performance di giovani che bevono con il gomito alzato tutti allo stesso modo, che si atteggiano tutti allo stesso modo in feste che finiscono immancabilmente tutte allo stesso modo: con un bagno vestiti in piscina.
I professionisti che si sentono tali non possono pensare solo a se stessi, dovrebbero unirsi, discutere delle spettanze che da 20 anni sono invariate se non riviste al ribasso, delle garanzie contributive e assicurative, della continuità di incarichi invece di essere soppiantati da giovani che il Servizio Civile Universale propone a 433,00 euro al mese, ad altri giovani neolaureati che sostituiscono altri giovani sempre meno pagati o da 65enni assunti con contratti da esperti junior, perchè esperti sì, ma pagati come junior.
Il Circo della cooperazione è sicuramente l’Universo lavorativo più variegato in assoluto, senza controlli e senza regole, e in un tale caos i più intelligenti e scaltri hanno capito che se il personale locale produce fatture false, se le ONG presentano bilanci falsi, cosa vuoi che dicano ai cooperanti che fanno esattamente lo stesso?
Certo poi ancora oggi sicuramente saranno migliaia gli operatori che svolgono il lavoro con passione, anche tra i giovani, ma sempre vulnerabili e spesso lavorando a fianco di Licantropi e Mr Hide che possono sempre coinvolgerli in qualche losco affare il rischio è da mettere in conto, ma fin quando non si impara a denunciare, a isolare, emarginare ed escludere le mele marce ci saranno sempre coloro che si confonderanno tra i buoni approfittandone.
Ecco come nascono i bilanci falsi dei progetti di cooperazione partendo dal basso: nell’articolo precedente abbiamo parlato del personale locale, in questo del personale internazionale, nel prossimo scopriremo cosa succede invece nelle ONG.
  Max Tumolo

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