Inchieste

I BILANCI FALSI DEI PROGETTI DI COOPERAZIONE – Parte Prima

                       I BILANCI FALSI                         DEI PROGETTI DI COOPERAZIONE
LA’ DOVE LA CATENA HA INIZIO

Parte Prima

I COLLABORATORI LOCALI

 

Nell’introduzione a questa saga, pubblicata il 1° Settembre scorso, abbiamo ripercorso brevemente le tappe della solidarietà internazionale analizzando, a grandi linee, le criticità e lo sperpero che vige in un settore dalla gestione fin troppo allegra, poco etica e soprattutto all’oscuro dell’opinione pubblica.
Il Terzo Settore come abbiamo visto vive di vita propria, usando termini comprensibili solo agli addetti ai lavori, usufruisce di finanziamenti studiati a tavolino e diffusi ad hoc solo per permettere l’accesso ai pochi che sanno già a chi saranno distribuiti. Di solidarietà sicuramente poca, di studi tanti, di finanziamenti ancora di più, distribuiti a pioggia da una marea di enti ad una marea di altre entità semplicemente inimmaginabile.
Questo è il Terzo Settore, detto in parole povere e senza girarci troppo intorno.
All’interno del Terzo Settore, che gestisce le briciole di una miriade di micro finanziamenti della Cooperazione Decentrata oltre a vari altri, la Cooperazione Internazionale la fa da padrona in temini di importanza dei fondi ad essa destinata. E come potrebbe non essere così, visto che parliamo di un ruolo fondamentale nella gestione delle politiche estere di un grande paese che però non ha più neanche gli occhi per piangere, che non ha la minima idea di come badare a se stesso, ma che ha la pretesa di andare in giro per il mondo ad insegnare cosa non si sa bene, spendendo denaro che non ha, aumentando il debito pubblico senza nessun risultato e al tempo stesso aumentando anche la povertà ormai ai limiti di una pandemia.
L’Italia, come ben sappiamo, eccelle soprattutto in quanto a corruzione ed inefficienza, e invece di andare in giro per il mondo a sprecare tempo e denaro forse bisognerebbe dedicarsi ai nostri poveri che non sono diversi dal resto dei poveri di tutto il mondo, ma sono nostri, i nostri vicini di casa, le famiglie che dormono nelle auto, quelli che vivono sotto un ponte, gli anziani che frugano nei rifiuti dei mercati rionali, quelli che aspettano ancora una sistemazione dai vari terremoti e gli ultimi sopravvissuti al crollo del ponte di Genova.
Domanda: “Valgono di  più i poveri dell’Africa o i nostri poveri?”
Risposta: “Vale di più chi più vale per il business!”
Ed è così che si giustifica l’invasione di orde degli Unni e degli Altri alla conquista di un continente come quello africano ancora selvaggio ma ricco di risorse, che dicono, strumentalizzando, che abbia bisogno di essere aiutato a crescere e che strabocca di poveri che sopravviveranno solo se arriverà l’armata Brancaleone a salvarli grazie al business della solidarietà, che nella realtà ha solo favorito l’invasione indiscriminata di migliaia di associazioni, ONG, OSC, aziende, imprese, governi, delinquenti, millantatori, affaristi e faccendieri che giungono da tutto il mondo come le cavallette di biblica memoria, per sfruttare le risorse dell’intero continente. In pratica tutti coloro che io amo definire “i conquistadores del 3° millennio” sembra si siano messi d’accordo per aiutare a sollevare l’Africa e affondare l’Italia e l’Europa.
Con l’editoriale del 1° Settembre, sono stati citati i protagonisti di questa saga di cui parleremo senza veli e senza pregiudizi, partendo dalla prima figura necessaria, anzi indispensabile, anzi imprescindibile per qualsiasi iniziativa di vera o presunta solidarietà: il personale locale.
In realtà un corposo capitolo andrebbe dedicato ai beneficiari, cioè coloro che  vengono utilizzati per giustificare l’invasione, ma qui parliamo dei protagonisti dei progetti e alla base della piramide degli interventi umanitari ci sono, appunto, i collaboratori locali.
Il rapporto con i collaboratori locali si differenzia a seconda di dove si opera. In Asia, per esempio, i collaboratori sono miti esecutori, fedeli, a volte servili, ma rispettosi del loro ruolo. In quasi tutta l’Asia raramente si verificano eventi meritevoli di attenzioni, ma è anche il continente dove più che altrove il distacco tra i “conquistadores” e la gente del luogo è tangibile. Antropologicamente ben conosciamo le caratteristiche delle caste indiane e la lontananza dell’Oriente dall’Occidente per ragioni di fede religiosa, di cultura, di tradizioni, eppure anche in Asia, come vedremo, a volte vengono ignorate dinamiche che se da un lato non cancellano affatto la loro identità, dall’altro vedono esportate alcune peculiarità tipiche dell’Occidente.
Quanto accaduto durante lo Tsunami in Sri Lanka nel 2004, ad esempio, se da un lato si poteva contare su collaboratori locali onesti e affidabili, dall’altro per i beneficiari la catastrofe giunse a “fagiuolo”, come direbbe qualcuno ben noto, offrendo l’opportunità anche a chi viveva in montagna di ottenere una casa al mare, a gratis, mentre ai pescatori venne offerta l’opportunità di trasformarsi in armatori. La stessa FAO nel 2005 dichiarò che a pochi mesi dall’inizio dell’emergenza ogni pescatore aveva già ricevuto 5,6 barche, reti e motori compresi.
La quantità di denaro giunta in Sri Lanka e le migliaia di ONG e Governi del Pianeta giunti ad aiutare l’isola potevano trasformarla  in una nuova Singapore in breve tempo, ma di fatto l’intera operazione risultò una bufala che un giorno meriterebbe di essere raccontata.
Tuttavia in tutti i progetti in Asia in cui ho personalmente operato non ho mai riscontrato comportamenti anomali dei miei collaboratori ad eccezione di una consuetudine radicata, ma gestita con stile da veri gentlemen:  il caporalato.
Coloro che vengono arruolati grazie all’intervento di un collaboratore locale sono tenuti a pagare una quota del proprio stipendio. Non c’è sfruttamento, non c’è violenza ma solo la consapevolezza che alla logica del pizzo, anche in Asia, non si  sfugge. Consuetudine radicata e accettata senza eccezioni.
I nostri caporali calabro-campano-pugliesi dovrebbero fare un training in India per imparare lo stile e la gestione manageriale delle maestranze. In Asia i caporali sono inclusi in una gerarchia dove a loro volta devono corrispondere una quota ai loro superiori, una sorta di “multilevel marketing” dove il rischio maggiore lo corre il povero manovale che si troverà a lavorare duro ma guadagnando briciole perchè il suo stipendio è quasi tutto impegnato in strategie di marketing.
E anche in Africa, in qualche modo le dinamiche sono le medesime. In ogni città che si rispetti c’è una piazza affollata di gente in attesa di essere assunta a giornata. Gente che si confonde tra camion, furgoni e carrette in attesa di ricevere un incarico. E spesso chi arruola, indifferentemente se si tratta di uomini o camion, pretende una percentuale.
La differenza tra Asia e Africa è maggiore soprattutto riguardo il rapporto conflittuale di questi ultimi con gli internazionali. D’altra parte come potrebbe non esserlo; da secoli l’Africa è stata invasa dai bianchi che li ha schiavizzati, maltrattati dai propri stessi simili assoldati allo scopo di selezionare con la violenza i più giovani e forti. Nella memoria collettiva di tutti gli africani il passato è ancora vivido, e quando arriva un bianco giunge il momento di farsi ripagare dei sacrifici subìti dai propri avi, dai soprusi, dalle violenze, dalle torture. A volte è quasi un obbligo, e a volte è anche, e soprattutto, un piacere farsi sberleffi degli esperti che giungono a salvare il proprio paese e le loro genti.
I buonisti operatori umanitari genuini, di quelli con le fette di prosciutto sugli occhi, a questo punto sobbalzeranno; guai a parlare male dei “locali” e ben lungi da me farlo per il rispetto che nutro nei loro confronti dopo anni e anni di collaborazioni, ma alcune situazioni meritano di essere raccontate, e allora parlerò delle mie esperienze personali, quelle vissute sul campo, che nessuno potrà contestare perchè sono solo mie, vissute in prima persona, che forse non faranno testo in linea generale, ma che sono sicuro che troveranno altrettante condivisioni rispetto alle contestazioni. Eventi che nessuno racconta e che ci si guarda bene dal raccontare per non smitizzare gli stessi aiuti. E allora “sfatiamo alcuni miti” omessi o volutamente ignorati.
Un giorno stavo rientrando a Luanda da una località remota dell’Angola. Ero alla guida di una Jeep Toyota a 12 posti. I passeggeri che viaggiavano con me, 2 erano bianchi, una collega e una dottoressa e il resto erano angolani, in prevalenza donne e bambini  che stavo portando in un ospedale della capitale per delle cure. Mentre eravamo fermi in una delle consuete code demenziali alle porte della capitale, una vettura mi si affianca, il conducente tira giù il finestrino e guardandomi negli occhi con disprezzo sibila con tutta la rabbia che aveva in corpo: “BRRRRANCO”.
La mia reazione fu immediata e istantanea, gli sorrisi e risposi: “NEGRRRRO”.
Nella jeep calò il gelo; le colleghe bianche si coprirono la bocca scandalizzate, ma il resto della truppa, i neri, mamme e bambini, sorrisero. Mi stavo occupando di loro, li stavo aiutando con tutto l’amore che mi aveva condotto a fare quella scelta di vita, sapevano bene che non potevo essere di sicuro io a disprezzare i neri quanto invece ero io, bianco, che rappresentavo una intera razza di invasori, di cui erano proprio molti neri a non avere rispetto.
Non trascorse molto tempo, sempre in Angola, quando a fine orario di lavoro vidi uscire un collaboratore dal magazzino della sede della ONG con cui operavo, con delle travi in legno sulle spalle e una borsa piena di attrezzi.
Lo fermai e gli chiesi:
 ” Scusa cosa stai facendo?”
 Li porto a casa, mi servono per finire la casa che sto costruendo, voi ne avete in grande quantità , io invece non ho niente, mi servono e li prendo” – rispose il ragazzo con un’innocenza disarmante.
 “L’hai chiesto a qualcuno?” – replicai.
“No, mi servono e li prendo”.
“Ok fai una cosa – gli dissi sorridendo – io non ti licenzio ma se non vai a posare tutto entro 5 secondi ti riempio di calci nel sedere”.
Da quel momento il nostro fu un rapporto fraterno e con il passaparola anche gli altri dipendenti capirono che prendermi in giro era uno sport da abbandonare quanto prima a differenza di quanto, molto probabilmente, avevano fatto fino a quel momento. Ma se non avessi visto di persona il ragazzotto con le travi in spalla la merce sarebbe sparita. E per la verità senza una gestione degli inventari nessuno sarebbe stato mai in grado di affermare quanta merce era già sparita prima del mio arrivo.
Ecco, il buonismo “forzato” di alcuni operatori, quelli del “Massì, poverini”, spesso è ricambiato con un sorriso altrettanto forzato che cela i veri sentimenti non condivisi: astio, odio, invidia. D’altronde come potrebbe non essere così. Il bianco arriva per aiutare ma guadagna 20-30-50 volte quello che guadagna lui, vive in una casa dignitosa con tanto di acqua, luce, internet, TV satellitare, cibo in quantità, denaro che spende in discoteche e ristoranti, un tenore di vita elevato scorazzando in auto e fuoristrada che costano decine di migliaia di dollari, condotti spesso dall’autista personale che gli va anche a fare la spesa e gli carica i cestelli di acqua, mentre la donna delle pulizie è sfruttata per 80-100 dollari al mese e quando può ruba il cibo per portarlo a casa dai suoi piccoli, e mentre l’impiegata riceve 100-150 dollari al mese, l’autista 200 e il logista 250.
E con queste premesse si pretende di andare in Africa a fare cosa? A insegnare loro a vivere come continuare ad essere sfruttati?
A nessuno del personale locale frega niente di cosa vadano a fare i nuovi “conquistadores”, basta che paghino gli stipendi e basta che gli venga offerta un’opportunità di lucro. Il rispetto si conquista con il tempo, con i giusti comportamenti, con le condivisioni di momenti. Tutte cose che s’imparano sul campo, lavorando a stretto contatto con i propri collaboratori, ma senza dimenticare che nel concetto di tutti gli africani non esiste il domani, non ne sono abituati, ci hanno pensato le guerre civili a cancellare il loro domani, i genocidi, le violenze.
“L’oggi è più importante del domani, perchè nessuno potrà garantire che ci sarà mai un domani”.
Al personale locale non gli frega niente del tuo “goal”, gli frega del suo goal che è quello di sopravvivere, e mentre le Agenzie internazionali, UN in prima fila, rovinano il mercato regalando salari fuori dai parametri locali, creando disparità tra la stessa popolazione locale, le altre organizzazioni no profit sfruttano il personale locale senza rendersi conto che molto spesso sono loro stessi, a loro volta, ad essere sfruttati e presi in giro.
Non c’è complicità, non c’è cooperazione, c’è solo una ipocrisia collettiva reciproca che sfiora l’odio, la sopportazione, la pazienza.
Chi afferma o pensa il contrario, vive con fette di prosciutto sugli occhi, o di manzo se si tratta di paesi a maggioranza islamica, non ha capito un tubo di niente o fa finta di non capire perchè ciò che importa a tutti, alla fine è sempre e solo il goal.
I collaboratori locali occupano di norma posizioni secondarie: impiegate amministrative o segretarie che gestiscono fondi limitati e sotto controllo, “le petit caisse”. E poi ci sono i logisti, gli autisti e la manovalanza, che svolge i lavori più umili: il watchman, il gardner, il riparatore e lo sciacquino. Ma ci sono anche le professionalità: ingegneri, medici, agrari….
Un tempo, fino a qualche anno dopo il 2000, ECHO, l’organizzazione d’emergenza dell’Unione Europea aveva stilato una interessante tabella che indicava i salari consigliati a tutto il personale locale di quasi tutti i paesi in cui si operava per ragioni umanitarie. Le tabelle tenevano conto sia delle professionalità che del costo della vita. Era facile avere un riferimento senza rischiare di pagare troppo o troppo poco i propri collaboratori. Ma non tutte le entità che operavano le applicavano, così a poco a poco le tabelle sparirono e si diffuse il trattamento selvaggio che inevitabilmente avrebbe creato disparità e scontento.
A quel punto anche all’interno della figura del collaboratore locale si diffuse una piramide suddivisa in settori, dove la differenza tra un settore e l’altro sarebbe stato abissale.
Nel settore più in basso si collocarono i collaboratori delle piccole ONG e delle associazioni di estrazione cattolica, con la differenza se operavano in grossi centri abitati o in aree rurali; al secondo livello furono collocati i collaboratori delle ONG e il livello più elevato fu riservato a “la creme de la creme”identificati tra coloro che collaboravano con le multinazionali, con le Agenzie UN, Banca Mondiale, Unione europea e le agenzie governative, come l’AICS, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo che però in quanto a meritocrazia per la verità è sempre stata un pò avara.
Quando mi sono avvicinato al mondo della solidarietà credevo ancora a Babbo Natale e alla Befana, ma poi ho scoperto la marmellata che per il solo fatto di non averci mai intinto le mani mi ha provocato un numero imprecisato di inimicizie.
Una breve e utile informazione alimentare a questo punto è doverosa. Come sappiamo c’è una netta distinzione tra marmellata, confettura e composta in funzione della loro consistenza: la prima deve contenere almeno il 20% di frutta, la seconda dal 35% al 45% e la terza almeno due terzi. Nel mondo della cooperazione esistono tutti e tre i tipi a seconda di chi le confeziona e a seconda dei settori della piramide, e le tecniche di approccio nell’intingere le mani nella marmellata varia in funzione del settore in cui si svolge.
Partendo dall’ultimo settore, quello in basso alla piramide e il meno importante, come abbiamo visto troviamo i collaboratori delle piccole ONG, di quelle cattoliche e di quelle che operano nelle aree rurali, talmente rurali che non hanno idea di cosa sia la corruzione; sanno poco o niente di marmellata, ma grazie ai “conquistadores” qualcosa scopriranno. Questi collaboratori non sono a conoscenza di quanto guadagnano i loro colleghi in città e neanche sanno che esistono le UN, l’UE e le multinazionali umanitarie. Spesso nelle aree rurali si collabora con missionari, a volte anche gratuitamente ricevendo un sacco di riso o uno di fagioli, o un pacco dono, mentre chi collabora con le piccole ONG si accontenta di quei pochi spiccioli che gli vengono corrisposti, spesso senza contratti, senza  assicurazioni e nessuna garanzia. A volte le spettanze vengono corrisposte su un foglio di carta igienica e spesso la firma a quietanza è posta con il pollicione intinto nel tampone dell’inchiostro.
Quando le missioni di monitoraggio dei donatori giungono, quando e se  giungono, a controllare come si svolge il progetto da loro finanziato, si soffermano a vedere qualche faccino di beneficiario sorridente, già sufficiente per stilare una relazione di 40 pagine dove sarà riportato che tutto va bene, il progetto è perfetto e che sono stati bravi a finanziare un minuscolo passo avanti verso il miglioramento del mondo intero, ma mai nessuno che si preoccupi di verificare se il personale sia trattato in maniera adeguata in luoghi dove non esistono autorità locali in grado di gestire nè la previdenza sociale e neppure di assicurarli contro infortuni e malattie professionali, Quella è roba da fantascienza!! Da Lucy direttamente all’INPS, INAIL o SISCOS sarebbe troppo. Per chi non lo sa, la Siscos è un broker assicurativo, specializzato nelle assicurazioni per le ONG, che si occupa di trovare altri broker assicurativi che si dovrebbero occupare di assicurare il personale internazionale ma non quello locale. Poi anche la storia della SISCOS meriterebbe due-righe-due grazie a Cinzia Giudici, storica Presidente di una delle più vecchie ONG italiane e moglie di un altro Presidente di un’altra storica Ong italiana d’emergenza, ma non ne parleremo in quest’occasione dove si parla di collaboratori locali. Che gli frega alle ONG di assicurare i collabpratori locali per infortuni e malattie?
Ma dalla fascia più debole della piramide si può salire. Basta fare un pò di esperienza osservando cosa fanno gli internazionali per capire che quello nell’area rurale non potrà essere il loro ruolo a vita. Basta arricchire il proprio curriculum e sicuramente arriverà un’altra opportunità, magari non subito e magari non nel villaggio. Ed ecco iniziare la scalata al vertice, ma nel frattempo qualcosa hanno già imparato e l’hanno imparato proprio da coloro che sono giunti ad aiutarli. Difficilmente si vedrà un collaboratore di una piccola Ong e a maggior ragione se in un’area rurale, appropriarsi di qualcosa che non è suo, o lucrare su qualcosa, o emettere fatture false, ma per puro caso un giorno le auto incominciano a subire avarie, le ruote si bucano sempre più spesso, il generatore smette di funzionare, la pompa dell’acqua non succhia più acqua dal pozzo, e gli acquisti si fanno anche nelle aree più remote. Insomma, il dio denaro è sempre stato un demoniaco tentatore, così alla prima esperienza si osserva, alla seconda s’impara e alla terza si agisce. Alla quarta ci si traferisce in città, si passa al secondo settore della piramide e le cose cambiano.
A volte le cose cambiano anche quando sono le medie e grandi organizzazioni a muoversi verso le aree rurali, e a quel punto ancora meglio perchè le occasioni aumentano di pari passo con gli stipendi che restando in luoghi dove il costo della vita è pari a zero, ma dove non si trova neanche un buco dove comprare pane, acqua, birra, forse qualche banana, e poco altro, per lo meno offrirà l’occasione di risparmiare qualche dollaro.
Nel secondo settore della piramide troviamo quindi i collaboratori delle ONG e qui il discorso si fa un pò più complesso. L’episodio del materiale sottratto dal magazzino in Angola è emblematico ma rappresenta l’immagine più nitida del rapporto tra le ONG e il  proprio personale locale.
Il rapporto tra locali ed espatriati si può racchiudere sostanzialmente in un paio di parole d’ordine:
“Per favore vai a fare carburante”, rivolti all’autista, oppure “Sono finite le cartucce della stampante”, rivolti al logista.
Nelle prime esperienze le cose si sono svolte proprio così, con l’autista che va a fare carburante, e con il logista che va a comprare le cartucce e si scopre il concetto di “cresta”. Ma poi accade che la ONG chiude il progetto e va via, oppure deve ridurre il personale, e naturalmente il rischio di restare senza lavoro è elevato. Gli stipendi dei collaboratori delle ONG non sono mai elevati come quelli corrisposti dalle Agenzie UN e dalle ONG multinazionali, e nessuno è in grado di garantire la continuità della collaborazione, quindi approfittarne è d’obbligo ed è trattato con la massima priorità.
Normalmente gli stipendi corrisposti dalle ONG ai locali variano da 100-200 dollari fino ad un massimo di 400-500, ma anche in questo caso parliamo di paesi dove gli stipendi medi sono molto bassi e a quel punto scattano le dinamiche di disparità che creano razzismo all’interno della loro stessa società. Ed è così che emerge il meccanismo dell’ “oggi e domani”.
“Oggi e sicuro, domani no, quindi meglio fare oggi quello che non potresti fare domani” dando il via all’assalto alla diligenza. Ogni angolo remoto della città che possa nascondere un possibile fornitore è già stato allertato. Nei prezzi di vendita di qualsiasi cosa è inclusa una percentuale destinata al collaboratore della ONG. Legittimo, nè più nè meno come se si andasse in vacanza con un tour operator e con una guida che vi conduce in un ristorante piuttosto che un altro o in un negozio di souvenir piuttosto che un altro. Dal fornitore di carta A4 a quello di acqua sono già stati tutti addestrati. Spesso, a conferma che si tratta di un’abitudine consolidata, è lo stesso bianco internazionale che quando va ad acquistare si sente chiedere: “Quanto metto in fattura?” e questa domanda posta con innocenza dal fornitorre dimostra che non sono solo i locali ad usufruire del sistema, ma sono gli stessi bianchi, il personale internazionale, gli esperti, i cooperanti, i volontari, tutti indistintamente che probabilmente hanno già usufruito di tali agevolazioni che nel gergo occidentale si chiamano “fatture false”.
Nelle aree rurali i falsi come abbiamo visto possono riguardare “income” variabili da pochi centesimi a pochi dollari, ma a questo livello parliamo già di importi superiori che a differenza di quanto si possa immaginare non pone limiti alle performance dei collaboratori più scaltri e audaci.
In un’altra delle mie esperienze, mi sono trovato a fare una carriera folgorante trovandomi ben presto nel bel mezzo di un uragano diplomatico. Qualsiasi decisione era demandata al sottoscritto solo perchè ero l’unico che si era caricato il fardello di mettere ordine in un delirio di organizzazione che gestiva 180 milioni di dollari all’anno, con oltre 650 dipendenti, circa un centinaio di espatriati i quali pensavano a gestire il proprio orticello non invadendo l’orticello del vicino. E tra un orticello e l’altro alla fine si erano inseriti alcuni locali che gestivano un florido commercio di tutto ai danni della multinazionale della solidarietà. Così quando mi trovai a constatare che sull’inventario di una sede secondaria erano registrate 94 moto, ma 2 erano in missione, e 72  in magazzino, emerse che ne mancavano esattamente 20, di cui nessuno ne sapeva un bel niente. Difficile non immaginare che se le fossero vendute  o che gli stessi collaboratori se le fossero portate a casa per un uso personale, sotto il naso di tutti gli espatriati, esperti, plurilaureati e pluridecorati, ma evidentemente con grossi problemi di vista o talmente immersi nel loro orticello da non vedere ciò che accadeva in quello del vicino.
Come conseguenza naturale subii un avvelenamento al quale riuscii a sopravvivere solo per una circostanza fortuita e fortunata. Non fu difficile ricondurre l’evento all’aver scoperto il traffico dei locali che non si limitava alle moto, ma a migliaia di litri di carburante, tanto che da un controllo dei log sheet deli veicoli risultò che in realtà disponevamo di 18 Ferrari Testarossa invece che di jeep, e che il meccanico con cui eravamo convenzionati si stava costruendo una mansione degna di quella degli Agnelli al Parco de “La Mandria”, a Torino.
Una collega all’epoca mi disse: “Con la tua efficienza stai dimostrando le inefficienze dei vertici, vedrai che avrai problemi”. E così fu!
Alla prima riunione, dopo il tentativo di avvelenamento, trovai tanti visi neri trasformati in visi pallidi, e tanti visi pallidi trasformati in neri, dall’incazzatura. Oggi ho più amici neri in Africa che bianchi in Italia e mostro la mia solidarietà verso questi popoli in una maniera diversa, combattendo le ingiustizie, gli abusi e le schifezze che ho visto e vissuto durante il mio girovagare per il mondo. Se scrivo qualcosa contro le migrazioni è solo per evitare che ancora una volta queste genti vengano sfruttate rischiando al contempo anche la propria vita.
Questo all’Università non lo insegnano. Non ti dicono che normalmente se tu mandi il tuo autista a comprare una birra o un pacchetto di sigarette, puntualmente il resto si perde per strada. Se ne dimenticano sempre.
E sono molti coloro che sbagliano, per buonismo, a non esigere il resto che per pietà viene lasciato a quel povero che nella vita ha sofferto e blablabla. Sbagliato, la cooperazione non insegna pietà, insegna come trasmettere professionaltà e dignità a chi non ce l’ha, o a chi non sa cosa sia. Il cooperante dovrebbe essere da esempio, ma come vedremo nel prossimo capitolo spesso accade esattamente il contrario.
Nel vertice più alto della piramide sono collocati invece i collaboratori delle Multinazionali, delle Agenzie delle Nazioni Unite, Banca Mondiale, Unione europea e delle varie agenzie governative.
Chi lavora con le agenzie UN percepisce spettanze superiori al migliaio di euro in luoghi dove lo sfruttamento si aggira intorno ad una media di 80-100-120 dollari al mese. Chi lavora con le UN & Co. è naturalmente un privilegiato e gira spocchioso per la città, si compra l’auto, magari sgangherata, ma non evita di far notare ai suoi simili che lui lavora per le Nazioni Unite, che ha la macchina e che gli altri sono solo dei morti di fame.
Normalmente chi lavora con le Agenzie UN, ed è nero, ci lavora per la vita, e non è escluso che un giorno a sua volta diventi un espatriato giungendo a guadagni impensabili che variano da qualche migliaia di dollari a ben oltre la decina, mensili, Non importa avere la laurea ad Harvard o a Kinshasa, anzi a volte la laurea non serve proprio, ma nel caso servisse si può comprare con costi variabili da 500 dollari ad un massimo di 2-3.000 dollari. Il Trota, lo ricorderannono tutti, Renzo Bossi figlio di Umberto Bossi, pagò 30.000 € per una laurea in Scienze politiche comprata in Albania; con molto meno in Africa si può ottenere 3 lauree e 5 master, che non varranno niente se vuoi esecitare  in italia, ma per le Nazioni Unite e per le Multinazionazionali della solidarietà basta che appartengono ad un africano e valgono eccome.
Chi lavora per le multinazionali riga dritto, se necessario si trasformano anche in zerbini, ma lo fanno perchè hanno trovato la gallina dalle uova d’oro, tanto che vale anche la pena di schiacciare la propria dignità, come hanno fatto secoli prima i reclutatori di schiavi. Costoro non froderanno mai un centesimo con il rischio di essere scoperti, ignari che tanto nessuno ha intenzione di scoprirli perchè per le organizzazioni vale molto di più dimostrare che non c’è alcuna discriminazione nei loro confronti e non c’è interesse a diffondere le eventuali frodi che si dovessero compiere sotto l’egida del colore. Chi ha mai udito di un procedimento discipinare o di un accusa nei confronti di un funzionario nero delle Nazioni Unite? Per la verità ogni tanto qualche scandalo si sente anche ma ne parlereno nel capitolo dedicato; a questo livello tutti i collaboratori locali sono protetti da una sorta di immunità o più precisamente di impunità, e quando giunge questa consapevolezza viene compreso che è giunto  il momento di mettere a frutto ciò che hanno imparato dai bianchi: il business, mentre riguardo la corruzione ci hanno già pensato i loro governi a dare istruzioni.
Per esempio durante le aste dei veicoli che periodicamente le Agenzie UN lanciano per sostituire le loro vetture con altre nuove fiammanti da almeno 70.000 dollari, le vecchie auto, in realtà nemmeno tanto vecchie e ben funzionanti, sono spesso acquistate per pochi spiccioli da parenti e amici dei dipendenti locali, raggirando tutte le norme anticorruzione inventate dai burocrati della finta solidarietà. Non credo che serva spiegare come funzionano le assegnazioni delle aste, dato che in Italia non abbiamo niente da imparare da nessuno.
Ancora peggio quando vengono assegnate posizioni nel Procurement, cioè negli acquisti e nelle gare d’appalto; pensare di restare immuni dal fascino demoniaco del denaro è più che altro una illusione, sempre degli stessi burocrati anti-discriminazioni.
A questi livelli è impensabile che qualche collaboratore locale si tenga il resto delle sigarette o lucri su qualche litro di carburante. A questi livelli accade quello che accade negli enti pubblici italiani e anche nelle aziende private. Poco a poco anche gli africani, che proprio scemi non sono, affineranno tutte le tecniche per ottenere lauti guadagni restando immacolati, e a poco a poco alzeranno l’asticella. Nessuno rischierà mai il posto di lavoro, ma nessuno lascerà mai trascurata la minima possibilità di lucro.
E un giorno, dopo 5-10 anni di fedele servizio ecco che scattano le procedure di selezione interne, e colui che aveva iniziato a collaborare ricevendo il pacco dono inventato dal PAM o WFP (il programma di alimentazione mondiale) mediante il fantascentifico e immiginifico “food for work”, dove ho visto con i miei occhi distruggere tonnellate di cibo: mais, farina, legumi, olio stoccato male e deteriorato (alla faccia di chi muore di fame), si trova al’improvviso a diventare espatriato, esperto di qualche cosa di un paese nella cacca totale per andare a guadagnare un sacco di dollaroni come esperto in un altro paese nella cacca come il suo, compreso di perdiem, trasferte e indennità di rischio. Questo è il giro più vizioso inventato dalle multinazionali della solidarietà, per dimostrare la loro lotta a favore anti discriminazioni: neri, donne e gay, indipendentemente dalle loro capacità e competenze hanno la priorità ma solo per il fatto di appartenere a tali categorie, comunemente definite gender.  In realtà i disabili dovrebbero essere compresi in tali categorie, con fiumi di parole e scritti sui loro diritti, conferenze e seminari, ma che nella realtà sono trattati come nel vecchio proverbio genovese: “La bella di Torriglia, tutti la vogliono e nessuno la piglia”.
Vogliamo discutere di etica? di logica? delle ragioni per cui i goal non si raggiungono e questi paesi saranno destinati a restare poveri e sfigati? C’è poco da discutere se non prendere atto che le frodi iniziano dal personale locale e che la sacra invenzione delle “fatture false” non è una esclusiva dei genitori del nostro beneamato ex premier Renzi. A questo punto risulta anche superfluo toccare l’argomento dedicato all’elite dell’Africa, quello dei seminari, workshop e quant’altro che funzionano solo se ai partecipanti viene offerto un perdiem corposo e cibo a volontà.
L’introduzione del 1° settembre si chiudeva con il famoso detto cinese:
“Se il pesce è malcio dalla testa, difficilmente la coda ne lestelà immune” e in questo capitolo dedicato alla “coda” abbiamo dimostrato, a tutti coloro che si indigneranno difendendo ciò che fanno, che nella realtà questà è la realtà e i saggi cinesi non sbagliano mai.
E se queste sono le premesse proviamo a Immaginare il contenuto del prossimo editoriale dedicato al secondo protagonista della saga, il personale internazionale, il quale comparato alla parte inferiore del pesce è più soggetto alla marciscenza in quanto racchiude le interiora!

                 Max Tumolo

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