Politica

Donald Trump è sconfitto e Pechino esplode nel trionfo

Pacificatori davvero singolari

Iraq e Cina, offrono di inviare le proprie truppe a Washington in funzione di peacekeeping, per assicurare la democratica transizione dei poteri da Donald Trump a Joe Biden. A tale scopo, la potenza asiatica sarebbe pronta a inviare nella capitale statunitense, un corpo militare composto di 250.000 soldati. E’ la barzelletta del secolo? No, in questo mondo devastato da una patologica schizofrenia, è la dittatura ad accorrere in difesa della libertà!

Mentre l’offerta irachena non può che apparire ridicola, poiché avanzata da un Paese che non è neppure in grado di assicurare stabilità al proprio territorio, quella di Xi Jinping è, invece, un tracotante oltraggio all’Occidente, un minaccioso flettere di muscoli volto a corroborare l’intenzione cinese di assoggettare il mondo a un’oligarchia orwelliana, ricalcando le gesta di uno dei suoi più celebri antenati: il conquistatore Gengis Khan, fondatore della più potente dinastia asiatica, oggi soppiantata da quella attuale.

Il paradosso è che quella che, fino a una settimana fa, era considerata la più grande democrazia mondiale, dovrebbe, oggi, poter mantenere il proprio status, grazie all’aiuto della più potente e feroce dittatura mondiale. Prepariamoci quindi a trasferirci dall’atmosfera orwelliana a quella kafkiana, dove l’assurdo è elevato a sistema.
Ma chi ha la colpa di tutto questo? Non certo la Cina che non fa altro che cibarsi dei succulenti piatti che un intero pianeta, irrimediabilmente ottenebrato, continua generosamente a offrirgli. Ma la colpa è anche della democrazia che, per mantenersi tale, deve pagare il prezzo di concedere il diritto d’espressione a chiunque sia in grado di sproloquiare. Così, per un intero secolo, mentre la Cina da Paese di straccioni qual era, si trasformava progressivamente in potenza mondiale, i Paesi democratici si dilettavano a fare le pulci a se stessi, auto-fustigandosi per i propri errori (veri o presunti che fossero) e mantenendosi colpevolmente ciechi verso ciò che avveniva oltre i propri confini.

I pericoli di una Cina in armi

Il costante progresso cinese, si è palesemente dedicato all’affermazione economica, ma nel frattempo, progrediva anche e silenziosamente, in quella militare, al punto che oggi può vantare un armamento che se non è già superiore a quello occidentale, quantomeno l’eguaglia. Recenti rilevazioni satellitari, avrebbero scoperto installazioni sotterranee, profonde fino a 900 metri, dove si procederebbe alacremente allo sviluppo di armi segrete. Ciò significa che la Cina si prepara a proteggere, anche con la forza, la propria egemonia economica sul mondo. Nella vasta e in parte meritata, esecrazione del presidente americano uscente, qualcuno ha recentemente rilevato che “stuzzicare” la potenza cinese, come Trump ha fatto, significherebbe esporre il mondo libero a un immane disastro. Quindi, secondo questa riflessione, non ci resterebbe altra opzione se non assoggettarsi totalmente alla volontà di Pechino.

E’ deprimente osservare come le nazioni democratiche, cieche e sorde a questo incombente pericolo, continuino a gingillarsi con le kermesse di piazza, esaltando gli inginocchiamenti del black lives matter; irridendo alla propria cultura; predicando l’accoglienza indiscriminata; promuovendo i diritti islamici; accapigliandosi sulla parità di gender e dilettandosi, di tanto in tanto, a scatenare conflitti sconsiderati in varie parti del mondo. Il tutto mentre il gigante asiatico continua ad avanzare fagocitando tutto ciò che trova sulla propria strada. Ma in questi giorni l’imperativo, che prevale su ogni altra istanza, è di fare a pezzi la figura di Donald Trump, il razzista, il misogino, il bruto, il corruttore, il despota… certo, Trump di errori ne ha fatti tanti, scegliendo anche un’uscita di scena ben poco dignitosa, eppure, lui rappresentava l’ultimo e potente baluardo contro l’avanzata cinese, un’avanzata cui il subentrante Joe Biden sembra già incline a sottomettersi.

Le imperdonabili cecità occidentali

Il vero e proprio genocidio ai danni della minoranza uiguri in Cina

Chissà perché questo mondo occidentale, così perverso, così razzista, così traboccante di egoismo e così privo di umanità, resta l’unica e ambita destinazione di tutti coloro che lo denigrano. Chissà perché non esistono flussi migratori verso l’opulenza cinese; verso i ricchissimi paesi arabi; verso i celebrati santuari dell’Islam… Intanto, mentre l’Occidente corre dissennatamente verso il suicidio, Pechino, ormai in pieno possesso del continente africano, mette le mani su Venezia e sulle grandi imprese europee, ultima tra queste il grande complesso internazionale dell’Iveco torinese. Il paradosso è che questa intraprendenza, è spesso ammirata e messa a confronto con l’inettitudine occidentale. Il fatto che si stia confrontando una democrazia con una dittatura, pare non avere alcuna rilevanza ai fini di questo giudizio.

Si loda la capacità cinese di aver controllato efficacemente la pandemia del covid 19, dimenticando che è stata proprio la Cina a infettare il mondo e che chi in quel Paese trasgrediva le regole, veniva messo in catene e anche ucciso. Non si parla della feroce persecuzione messa in atto nei confronti degli uiguri, la minoranza islamica che risiede in Cina. No, perché i razzisti per antonomasia siamo noi, mica loro!  Non si sa o non si vuole sapere che i carcerati cinesi vengono usati come cavie per testare nuovi virus e farmaci, provvedendo spesso anche all’espianto coatto di organi in favore dei maggiorenti con gli occhi a mandorla o per riversarli nell’indegno e sempre più prospero mercato illegale degli organi. Un altro merito attribuito alla Cina, è quello di offrire prodotti a basso costo, mostrando di essere meno avida dell’Occidente. Che importa se quel “basso costo” è il frutto di maestranze schiavizzate, che per una misera paga, lavorano anche dodici ore al giorno senza sindacati che le proteggono?

Previsioni inascoltate

Un giovane operaio cinese sfinito dallo sfuttamento

Se – com’è tristemente certo che avverrà – l’Occidente si troverà assoggettato al dominio cinese, ciò sarà frutto della tanto decantata globalizzazione e dell’impossibile competizione con chi non rispetta alcuna regola paritaria. Eppure il pericolo dell’espansionismo asiatico era già stato ampiamente profetizzato in tempi non sospetti, quando la Cina era ancora una terra martoriata dalla povertà e dall’assoluta indigenza. Per citare solo alcune di queste previsioni, ricordo quella di Jaques Novicow, sociologo francese di origine russa, pronunciata nel 1897, seguita un anno dopo dallo scrittore inglese M. P. Shiel, nel suo libro “The yellow danger” e a sua volta riproposta nel 1904 da Austin de Croze, con il suo “Le péril jaune”.
Alla fine degli anni ’70 mi trovavo a Macao, allora dominio portoghese. Aggregandomi fortunosamente a un gruppo di colleghi della Germania orientale, riuscii a superare gli ancora inviolabili confini, raggiungendo un vicino villaggio della Cina, allora sotto la presidenza dell’appena nominato generale Ye Jianyng. La povertà e il degrado che vidi farebbero apparire sprofondati nel lusso i più disagiati paesi africani. Eppure la Cina di oggi salirà presto sul podio quale prima economia mondiale, benchè  mantenga tuttora circa un quinto dei suoi abitanti sotto la soglia della povertà assoluta.
Tutto preso nell’imperativa necessità di risollevarsi, da due disastrosi conflitti mondiali, l’Occidente rimase a lungo sordo a questi allarmi e oggi non può che pagarne le dolorose conseguenze.

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