Inchieste Solidarietà

Di chi è realmente vittima Silvia Romano, la volontaria milanese rapita in Kenya?

Si dilegua il principale indiziato

Il 14 novembre 2019, a Chakama, si è tenuta l’udienza per l’escussione dei testi relativi al rapimento di Silvia Romano, ma ecco un altro colpo di scena: il maggior indiziato, Ibrahim Adhan Omar, non c’è. Si è dileguato e nessuno sa dove rintracciarlo. La Corte, nella speranzosa attesa che la polizia del Kenya lo trovi, non può fare altro che aggiornare l’udienza al 20 novembre, guarda caso, proprio in occasione dell’anniversario del drammatico sequestro della giovane volontaria. Lo stupore per la concessione della libertà provvisoria a quello che resta il più importante teste dell’accusa, lascia ancora tutti sbalorditi. Come ha potuto, un presunto zio dell’accusato, provvedere i 26 mila euro richiesti per la cauzione, quando chi lo conosce lo ritiene indigente? Chi ha in realtà pagato quella cauzione? E perché la giudice Julie Oseko l’ha concessa, malgrado le proteste dell’accusa? Tutte domande senza risposta che aumentano la confusione e i sospetti .

Una ridda di supposizioni

“Lo sappiamo per certo: Silvia è viva e sarà a casa entro ventiquattro ore!”.
Ecco. Un approfondimento sul drammatico evento di cui è stata vittima la giovane volontaria milanese, Silvia Costanza Romano, rapita nella remota località di Chakama, in Kenya, il 20 novembre dello scorso anno, potrebbe partire dalla vuota sicumera di quest’affermazione. A rilasciarla è stato il capo della polizia di Mombasa, all’indomani del fatto. Dichiarazione, come sappiamo, clamorosamente smentita dai fatti successivi, ma cos’altro potremmo dire al riguardo?

Dovremmo aggiungere un’ennesima illazione alle decine che sono già state formulate? “Silvia è in Kenya”; “Silvia è in Somalia”; “Silvia è viva”; “Silvia è morta”; “I rapitori hanno chiesto un riscatto”; “I rapitori non si sono mai fatti vivi”; “Silvia è coinvolta in un traffico d’avorio”; “Silvia ha visto cose che non doveva vedere”; “I ROS sono sul posto”; “I ROS non si sono mai visti”; “Silvia è stata costretta a convertirsi all’Islam e a sposare un musulmano”… una futile esibizione di tutte le più bizzarre ipotesi che non hanno fornito alcun costrutto per appurare la verità, ma ne hanno, anzi, deviato il percorso. Perfino il TG di Rai Uno, il 18 Novembre citava che i magistrati romani sono certi che Silvia sia in Somalia e stanno valutando di presentare una rogatoria internazionale. A chi? Ad Al Shabaab o al governo somalo di uno Stato che non esiste? Posto che solo un paio di settimane fa, quello stesso pseudo-governo aveva recisamente negato che Silvia fosse in Somalia.

I mostri sacri dell’umanitarismo e del volontariato

In questo letto dormiva Silvia Romano durante la permanenza a Chakama (Kenya)

In questa ridda d’ipotesi e di contraddizioni, non sono mancati gli ammiccamenti dei soliti “ben-informati-che-sanno-tutto-ma-non-possono-parlare” e che, con aria sussiegosa, si sono concessi un “lassa perde… è mejo che me sto zitto!” – Dopo tutto questo bailamme, penso sia ora di uscire dall’inutile blaterare per tentare, invece, di occuparci delle circostanze che hanno permesso che il fatto accadesse, perché se questo aspetto non si affronta mai, è fatale che il fatto accadrà di nuovo, ma affrontare quest’argomento non sarà un’impresa facile perché in ossequio all’imperante nomenclatura italica, per parlare del volontariato e delle organizzazioni che se ne avvalgono, occorre assumere il deferente atteggiamento riservato a una divinità. Un sacro simbolo, intangibile, che al solo sfiorarlo, si rischia di essere tacciati di blasfemia.

Silvia non era una cooperante e neppure una volontaria

Silvia Romano, non era una cooperante, come molti mezzi d’informazione l’hanno definita e – a essere precisi – non era neppure una volontaria. Era una ragazza ventitreenne, certamente provvista di nobili motivazioni, che la spingevano a portare sollievo nel regno dell’indigenza, così come le era stato prefigurato. Nel prendere questa decisione, si era affidata a una Onlus italiana, nella quale aveva riposto la propria fiducia, ma quella Onlus l’aveva indotta a commettere il primo errore: non era entrata in Kenya dichiarando i suoi scopi di volontariato e assoggettandosi alle norme che tale qualifica comportava. Era entrata con un semplice visto turistico che non le consentiva altro che dedicarsi ad attività esclusivamente vacanziere.

Qualunque funzione, lei avesse quindi svolto in ambito umanitario, si sarebbe svolta in forma illegale. Del resto questo rischio le era noto, perché da informazioni raccolte, Silvia, nel suo precedente viaggio in Kenya, sempre come volontaria, era già stata minacciata di arresto proprio per il suo status irregolare.

Quali erano i compiti dei volontari a Chakama?

Volontarie di Africa Milele, giocano con i bimbi di Chakama

Comunque sia, quali compiti erano stati assegnati a Silvia, inviandola nella remota località di Chakama, nel bel mezzo del nulla? Ancora oggi, a distanza di un anno dal suo rapimento, non si riesce a saperlo con precisione e l’unico incarico che pare confermato, era quello di “far giocare i bambini” nei pressi della sede keniana della Onlus in questione; un fatiscente fabbricato gestito in condivisione con altre utenze. E’ questo lo scenario in cui Silvia è stata aggredita e sequestrata per uno scopo che resta ancora oscuro. Ma proviamo ad approfondire le circostanze e le reali motivazioni che hanno portato la giovane a Chakama e quindi a confrontarsi con lo sventurato evento di cui è stata vittima.

I progetti della Onlus “Africa Milele”

La Onlus da cui Silvia era stata reclutata è Africa Milele (in lingua swahili: “Africa per sempre”) con sede a Fano, nelle Marche. La sua presidente è Lilian Sora, una donna che aveva fatto il suo esordio in Kenya nel 2009, in occasione del viaggio di nozze con il marito Luca Lombardo. Tre anni dopo, Lilian Sora decide di fondare la sua onlus con molti ambiziosi progetti per aiutare lo sviluppo di quell’Africa che aveva conosciuto e da cui era rimasta affascinata. L’oggetto di questo nobile proposito, sono naturalmente i bambini; gli innocenti, gli indifesi, quelli che scaldano il cuore di ogni essere dotato di umana solidarietà. Vengono quindi pianificate iniziative in ausilio alle piccole creature dell’Africa: la loro salute, l’igiene personale, l’alimentazione e soprattutto la scuola, irrinunciabile fucina in cui si forgiano i valori fondanti dell’auto-emancipazione.

Ma quale uso è stato fatto dei fondi raccolti?

La presidente di Africa Milele Onlus con il compagno masai Joseph

Ma quanti di questi progetti saranno poi effettivamente realizzati?
Ben pochi, a quanto riferiscono alcuni finanziatori di Africa Milele.
Perché? Che cosa l’ha impedito?
Le informazioni raccolte in proposito non appaiono del tutto edificanti nei confronti della presidente della Onlus in questione. Pare, infatti, che Lilian Sora, nei suoi frequenti viaggi in Kenya, successivi alla costituzione di Africa Milele, si sia invaghita di un aitante masai di nome Joseph e si sia unita a lui ponendo termine al precedente matrimonio con Luca Lombardo.

Fin qui, naturalmente, nulla da dire. Si tratta di una scelta assolutamente legittima e del tutto personale. Cosa che invece, appare un po’ meno legittima e ancor meno personale, è che al suo nuovo compagno, Lilian Sora abbia attribuito la qualifica di “Responsabile della sede di Chakama”, con uno stipendio stimato in quattrocento euro mensili e la dotazione di una motocicletta per uso personale. Potrebbe non sembrare molto, ma se si pensa che un salario medio in Kenya, resta di norma ben al disotto dei cento euro mensili, si può comprendere il valore contestuale delle prebende riconosciute al nostro Joseph.

“Io sono la presidente e faccio ciò che voglio!”

Tuttavia, anche questo generoso riconoscimento, resterebbe ineccepibile se fosse stato realizzato con i fondi personali di Lilian Sora, ma, stando a quanto riferiscono gli sponsor di Africa Milele, le spese suddette venivano addebitate all’associazione, a discapito di quelle opere previste dai progetti deliberati, che non venivano così realizzate. Una di queste persone, che aveva promosso la raccolta fondi, in favore di quei progetti, ha riferito che, accertata la mancata realizzazione, si è rivolta a Lilian Sora, chiedendole che uso avesse fatto di tali fondi. La risposta ottenuta a questa legittima domanda apparve, stando alla narrazione della nostra fonte, davvero lapidaria: “Io sono la presidente e decido io che uso fare delle somme raccolte!”.

Che questa fosse o no la ragione, sta di fatto che, salvo il sostegno provvisto a qualche allievo per la retta scolastica e lo spazio dei giochi per bambini, nessun altro dei progetti ipotizzati, vedeva mai la luce in quel di Chakama. Inoltre, il masai Joseph, che doveva fornire assistenza e protezione a tutti i volontari che, come Silvia, facevano la loro esperienza in terra d’Africa, guarda caso, proprio nel momento in cui la giovane veniva sequestrata, lui si trovava altrove a bordo della propria motoretta.

A quale scopo Africa Milele continua la raccolta fondi?

Africa Milele Onlus si trasforma in Africa Milele Tour per attrarre volontari-turisti, come descritto nell’articolo di Italietta Infetta del 10 Dicembre 2018

Inoltre, sempre su segnalazione di non pochi sostenitori di Africa Milele – oggi delusi e arrabbiati – pare che Lilian Sora abbia interrotto il pagamento delle rette scolastiche che aveva garantito ad alcuni bambini di Chakama e questi bambini sono stati ora estromessi dalla frequenza alle lezioni. Perché fossero riammessi, gli sponsor di Africa Milele – che già si erano in precedenza tassati – hanno dovuto procedere ad altri esborsi per garantire loro la prosecuzione degli studi. Eppure, stando a quanto appare sul suo sito ufficiale, la Onlus in questione continua a promuovere la raccolta fondi, sia attraverso la richiesta di offerte libere, sia attraverso l’opzione del cinque per mille. Che finalità ha questa raccolta se Africa Milele ha, di fatto, interrotto l’assistenza che prestava a Chakama?

Nel rendiconto dell’anno scorso, Lilian Sora denuncia di aver raccolto fondi per 55.629 euro e di averne spesi 55.955 registrando un disavanzo di 326 euro. Tra le spese dichiarate, la voce di maggior rilievo è di 45.975 euro, attribuiti al “Sostegno progetti e attività”. Quali “progetti” e quali “attività”? Sarebbe davvero interessante conoscerne i dettagli, visto che a Chakama di “realizzato” risulta ben poco, per non dire nulla. Tale somma, a conti fatti, costituisce un’entrata di circa € 4.000,00 mensili, che se non destinati al sostegno di progetti in favore dei bambini risultano una buona entrata per la sopravvivenza di chi afferma di fare opere che invece non fa.

Intrallazzi mascherati da opere umanitarie

Una tra le cose più odiose che si possano compiere, è quella di mascherare intrallazzi e speculazioni dietro le spesso indebitamente santificate “Opere umanitarie”. A questa pratica indegna contribuisce anche lo sfoggio di un becero pseudo-intellettualismo che, ammantandosi di auto-conferiti valori morali, imbratta carte a più non posso per sublimare chi dell’assistenza umanitaria è scaltramente riuscito a farne un lucroso mestiere. E’ il caso, tra gli altri, del giornalista-scrittore Angelo Ferrari che, scopiazzando a destra e a manca negli archivi dei quotidiani italiani, se n’è uscito con il libro “Silvia. Diario di un rapimento”.

Nella sua descrizione, Silvia ridiventa quella “cooperante” che non è mai stata, e questo dimostra l’abissale ignoranza dell’autore circa gli eventi che la riguardano. Ignoranza che, però, sarà difficilmente rilevata, visto che il libro è positivamente recensito da Giuseppe Civati (il promotore della “Leopolda”). Ma la cosa che più sbalordisce di questa iniziativa è che con la vendita del suo libro, Angelo Ferrari si propone di raccogliere fondi a favore di Africa Milele. Sì, avete capito bene: proprio a favore di Lilian Sora e della sua Onlus che era già in disarmo e si vede ora gratificata da questa inaspettata generosità.

Lilian Sora, ovvero: la novella Araba Fenice

Silvia Romano con i bimbi di Chakama

A chi ha seguito la vicenda del rapimento di Silvia, non sarà certo sfuggito che nelle settimane successive al drammatico evento, il sito di Africa Milele stava sbaraccando. A parte la pagina d’apertura, tutto il resto era scomparso. Ora, proprio come l’Araba Fenice, l’eclettica Lilian Sora, risorge dalle proprie ceneri e si ripropone come indefessa benefattrice dell’Africa al tenero cuore di chiunque voglia sostenerla. Avrà successo? E’ molto probabile. L’etichetta di “persona solidale”, è un’etichetta ambita nel fatuo e salottiero mondo dei gonzi, che vogliono a tutti i costi apparire buoni e fregiarsi di un riconoscimento di prestigio.

Fortunatamente, oltre a loro, ci sono anche i “buoni” genuini, quelli che sono spinti a far del bene, ma senza obliterare le proprie capacità di giudizio; quelli che sanno riconoscere di essere stati gabbati e anziché nascondere caparbiamente la verità, s’indignano e la denunciano. Sono loro che, se lo vogliono, potranno sconfiggere, le troppe e vergognose speculazioni che affliggono il mondo della vera solidarietà.

Crescono le organizzazioni umanitarie e crescono anche i poveri

Si tratta di un mondo che, accanto a iniziative assolutamente meritevoli, mostra anche una disgustosa palude di avventurieri senza scrupoli. Come sempre, ad avere ragione sono i numeri. Le organizzazioni umanitarie – cosiddette “no profit” – esistenti in Kenya sono circa 200 mila. Questo numero comprende oltre 100 mila NGO regolarmente registrate come tali; le missioni cristiane; quelle islamiche; le organizzazioni internazionali (Croce rossa, Unicef e  varie altre); gli Istituti della Cooperazione Internazionale e le molte iniziative di solidarietà a carattere individuale.

Posto che i keniani che vivono sotto la soglia di povertà sono circa 16 milioni, ciascuna di queste organizzazioni dovrebbe farsi carico di ottanta persone o poco più. Quindi, riferendosi a questi dati, la povertà in Kenya dovrebbe essere stata, da tempo, brillantemente debellata, ma invece continua irresistibilmente a crescere, così come crescono gli organismi preposti a combatterla. Non vedere in tutto questo un macroscopico e disgustoso inganno, vuol dire fare pura demagogia.

I “Turisti-volontari” di Africa Milele

Turisti-volontari di Africa Milele in partenza alla volta di Chakama. Si noti la gran quantità di bagagli destinati alla Onlus di Lilian Sora. Nel gruppo sono presenti 2 dei presunti volontari che hanno vissuto gli ultimi giorni con Silvia la vicenda della denuncia del prete pedofilo prima del suo rapimento

Silvia non era l’unica “Turista-volontaria” reclutata da Africa Milele. Come mostra la foto qui sopra, il flusso di giovani italiani, ben motivati a fare un’eccitante esperienza nel profondo disagio dell’Africa, erano parecchi. Ma la domanda da porsi è un’altra: “Cosa andavano a fare in Kenya?”

Nessuno di loro, a quanto risulta, aveva competenze di natura medica o aveva comunque ricevuto una formazione per dedicarsi al volontariato vero e – in ogni caso, come abbiamo visto – a Chakama c’era ben poco da fare. Così, questi giovani, in cambio di un biglietto aereo a tariffa scontata, rilasciato grazie al loro temporaneo incarico di turisti-volontari, diventavano corrieri che, per conto di Africa Milele, trasportavano in Kenya, medicinali (non dichiarati alle autorità sanitarie del Kenya) e chissà che altro.

Turisti, volontari e corrieri

A chi erano destinati quei medicinali (non pochi dei quali erano scaduti)? Da dove provenivano e come erano stati ottenuti, visto che in Italia, senza ricetta, si può acquistare poco più di un’aspirina?  Tra le altre cose, questi bagagli non pervenivano direttamente ad Africa Milele, ma venivano smistati presso il popolare ristorante-pizzeria di Malindi, Karen Blixen che, a quanto pare, collaborava in tandem con la Onlus di Lilian Sora, fornendo un’ampia serie di servizi, alcuni dei quali, di natura prettamente commerciale e non attinenti a opere umanitarie. Questo singolare rapporto, tra la Onlus di Fano e la Pizzeria di Malindi, apre altri interessanti scenari di cui Italietta Infetta si è già occupata e sui quali non voglio qui soffermarmi perché avremo certamente modo di riprenderli dettagliatamente in un prossimo futuro.

Anche le organizzazioni umanitarie sono soggette alle leggi

Lilian Sora (in piedi al centro) e Mariangela Beltrame, contitolare del ristorante pizzeria Karen Blixen (seduta in basso a destra) distribuiscono alcuni regali ai bimbi di Chakama

Quest’articolo (me ne rendo ben conto) non può essere di alcun aiuto per dipanare le oscure nubi che gravano (ahimè) sulla sorte di Silvia, ma il suo scopo e di evitare che altre Silvie cadano nella stessa, pericolosa illusione che in Africa tutto sia più facile e lecito. Non tutte le organizzazioni umanitarie che vi operano, sono realmente umanitarie. Purtroppo, alcune di queste agiscono solo per fare incetta di denaro o per sottrarsi a imbarazzanti situazioni lasciate in Patria e come ci proponiamo di dimostrare nelle prossime inchieste, sulla costa del Kenya, queste Onlus spurie abbondano oltre il tollerabile.

ITALIETTA INFETTA, ha già smascherato, alcune di queste onlus che pullulano la costa del Kenya e che di “umanitario” avevano davvero poco e continuerà a farlo nelle prossime inchieste. Inoltre, davvero poche di queste organizzazioni possiedono la necessaria conoscenza delle genti e dei luoghi in cui decidono di operare, né conoscono le norme cui le loro attività sono soggette a termini di legge. Una legge che in Africa è sempre applicata con estremo rigore e non cede agli stessi sentimentalismi di chi si è incautamente messo nei guai.
Prescindere da questo, può essere l’inizio delle peggiori sventure.

 

9 risposte

  1. beh, mi paiono realistiche le varie descrizioni e oggettivamente improntate

  2. molto interessante e concordo, anche se la mia è una esperienza molto limitata della zona costiera, riconosco molte delle cose che ho letto. potreste dare maggiori informazione sulle norme che regolano il volontariato in Kenya?

  3. Buongiorno,
    rispondo con le precisazioni di un amico che ha lunga esperienza nel settore della solidarietà internazionale:
    “Nessuna ONLUS o organizzazione di volontariato puo’ operare in nessun stato al mondo senza essere “Accreditata” presso lo Stato in cui intende operare il che significa:
    1) Provvedere documentazione di provata esperienza Nazionale nel Paese di origine, al fine di operare ed essere riconosciuta come Internazionale.
    2) Sottoporre alle Organizzazioni preposte dello Stato in cui si vuole operare, un PIANO DI INTERVENTO UMANITARIO che comprende: A-la REGIONE e le localita’ in cui si intende operare (reali necessita’, insicurezza e fattori socio politici), B- la RAGIONE per cui si ritiene necessario un intervento di assistenza umanitaria (che lo Stato Ospitante non puo’ provvedere), C- AMMONTARE del progetto e ORIGINE DEI FINANZIAMENTI ( al fine di autorizzare l’importazione legale delle somme autorizzate), D-NUMERO, QUALIFICHE E NOMI dei Cooperanti o Volontari impegnati nel progetto (al fine di ottenere il permesso di lavoro e residenza) ed altri dettagli che verranno discussi al fine dell’APPROVAZIONE, ACCETTAZIONE e REGISTRAZIONE DELLA ONLUS che potra’ quindi operare legalmente nello Stato e di conseguenza beneficiare di assistenza degli Organi Governativi quali assistenza per evacuazione, polizia, militari ecc…Nel caso del Kenya qualsiasi struttura o atto di volontariato deve essere sottoposto ed approvato con conseguente REGISTRAZIONE dal NATIONAL COUNCIL OF NGOs, OPERARE AL DI FUORI DEL NC of NGOs e’ illegale e punibile con pene estremamente severe ed ovviamente l’ESPULSIONE. Qualsiasi aiuto umanitario non coordinato ed approvato dallo Stato Ospite e’ illegale, irresponsabile e, se non dannoso, vano in quanto non inserito in un piu’ amplio contesto globale e quindi “inconsequential” .
    Qui abbiamo una persona mandata, o lasciata andare a nome di un ONG in un villaggio nel mezzo del niente in un area conosciuta per l’ insicurezza, con un visto turistico a fare un Progetto di cui nessuno e’ a conoscenza, protetta, a quanto pare, da un Masai in motocicletta….. ma ….. di cosa stiamo parlando????

  4. Scarsa trasparenza della maggior parte delle onlus e delle ong. Con tutti i problemi che abbiamo qui, bambini abusati, orfani, non scolarizzati…ecc. mi domando cosa ci fosse andata a fare la Romano in Africa. Forse un’esperienza diversa, con foto in mezzo ai bambini da postare sui vari social. Oggi è stata liberata, è tornata convertita all’Islam ed è scesa dall’aereo paludata in una specie di burka. Un insulto dopo quello che il governo ha pagato per la sua liberazione. Spero che se ne torni a vivere in Africa. Da italiana sono indignata.

  5. Molto vero tutto. Condivido, conoscendo bene l’ambito di aiuti umanitari, specie in kenya. Grazie del prezioso contributo.

  6. Molto utile e interessante bisogna dare più diffusione sui media a queste testimonianze certificate di persone serie e competenti

  7. Concordo con Barbara , si può fare volontariato anche qui , eccome , e sono indignata anche io , non tanto per gli abiti o il cambio di religione , saprà lei perché lo ha fatto, ma perché praticamente , dicendo che vuole tornare in Africa , sputa sul lavoro che è stato fatto per riportarla a casa e sui soldi dei contribuenti che sono stati spesi per lei

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *