Politica

Da Romano Prodi a Giuseppe Conte: il progetto di svendita dell’Italia alla Cina si è quasi concluso

Geopolitica
Franco Nofori
13 ottobre 2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

La prossima potenza mondiale

Nel 1990 la Cina, in quanto a prodotto interno lordo, si trovava al 12° posto della classifica mondiale, dopo Spagna e Brasile, mentre l’Italia godeva della 6° posizione, precedendo di un buon 15 per cento la Gran Bretagna. Alla fine dell’anno scorso, cioè a trent’anni di distanza dal precedente rilievo, la Cina si è saldamente piazzata in seconda posizione, dopo gli Stati Uniti, ma con uno spaventoso trend di crescita tale da far presumere che entro il 2030 avrà l’incontrastata leadership della produzione planetaria. Per quella stessa data, l’Italia sarà regredita alla nona posizione insieme alla Corea del Sud, entrambe precedute dal Brasile. Si tratta di un totale capovolgimento degli equilibri economici mondiali che sembrano aver colto di sorpresa un Occidente sprovveduto e distratto dal reiterato filosofeggiare su presunti umanitarismi, principi paritari e lotta antifascista, mentre si perdevano di vista le inderogabili esigenze del patrimonio pubblico.

La Cina è tuttora retta da una dittatura intransigente e feroce, ma non si può negare che la sua classe dirigente si sia sempre ispirata a un puro e inderogabile pragmatismo che l’ha resa vincente su tutti i mercati internazionali e ora ci tocca farne le spese. Abbiamo tollerato che imitasse e alterasse i nostri prodotti; che invadesse i nostri mercati; che si appropriasse delle nostre migliori imprese; che sviluppasse una concorrenza sleale, schiavizzando le maestranze e facendo scempio dei loro diritti; contribuisce da sola al 30 per cento dell’inquinamento mondiale con le emissioni di CO2, quasi il doppio degli Stati Uniti che la seguono al secondo posto. Le abbiamo consentito tutto e ora, che ne siamo diventati preda, versiamo patetiche lacrime da coccodrillo. Il nostro Paese, in particolare, ha fatto tutto ciò che era necessaria per relegarsi a questa sudditanza.

Chi sono gli artefici del disastro?

Nel 2006, quando Romano Prodi era Presidente del Consiglio, ebbe a sentenziare: “La Cina è una grande opportunità”. Non sbagliava, ma quell’opportunità era tutta a vantaggio di Pechino, mentre per noi rappresentava la distruzione delle imprese; l’invasione di prodotti a basso costo e di scarsa qualità; l’agonia del settore manifatturiero e delle attività artigianali. Del resto, in quanto a distruzioni, il buon “Mortadellone” è un vero maestro, se ne ha riprova nella sua conduzione dell’IRI, di cui e stato presidente dal 1982 al 1989 e poi di nuovo dal 1993 al 1994. In questa seconda gestione è finalmente riuscito a infliggerle il colpo di grazia, mantenendo caparbiamente attivo – benché in costante perdita – lo stabilimento dell’Alfasud a Pomigliano d’Arco, così che ogni auto venduta, anziché produrre profitto, costava al contribuente 500.000 lire e, infatti, fu ceduta per quattro soldi alla FIAT che la salvò dall’acquisizione asiatica.

Ma Prodi ha indubbiamente fatto scuola e non sono pochi i discepoli che ancora oggi calcano le sue orme e se ne contendono lo scettro: Beppe Grillo, Luigi di Maio, Giuseppe Conte, Vito Petruccelli… tutti pronti a immolarsi sull’altare del dragone asiatico, mentre Xi Jinping si frega le mani per cotanta dabbenaggine e ne ha certamente motivo. L’incremento annuo del suo prodotto interno lordo è saldamente attestato sull’8 per cento, il valore più alto del mondo, mentre il nostro scivola sempre più in basso. La Cina ha anche fatto passi da gigante in campo militare ed è ora in grado di flettere i muscoli e lanciare sempre più pressanti moniti all’Occidente, sui territori un tempo di sua influenza: Hong Kong, Macao, Taiwan oltre al quasi intero continente africano, dove ormai spadroneggia incontrastata.

In questa dissennata corsa verso l’assoggettamento alla Cina, non siamo soli, benché questo non sia consolatorio. L’Europa intera e il terzo mondo cedono a una sorta di abulia remissiva, senza tuttavia rinunciare alla delocalizzazione delle proprie imprese nel paradiso asiatico, dove le maestranze lavorano come muli con paghe da fame e non ci sono organizzazioni sindacali che interferiscano nello sfruttamento. Così, mentre i prodotti cinesi invadono i mercati internazionali, molti cittadini europei perdono il lavoro, alla faccia del mercato globale ed entrano in scioperi e contestazioni. Solo gli Stati Uniti, hanno mostrato una certa resistenza al dilagare di Pechino, ma anche loro gli hanno già ceduto la maggior parte del proprio debito pubblico e non possono quindi fare la voce troppo grossa. In aggiunta a questo, l’avvento di Biden e le sue scelte psicolabili, rendono azzardata ogni speranza di riscatto, salvo quella che la più popolosa dittatura mondiale, nel suo frenetico accaparramento di ogni risorsa disponibile, finisca per implodere liberando il mondo dal perverso giogo cui l’ha sottoposto.

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