Politica

Crollato l’Impero Sovietico, un’altra grande potenza comunista si appresta a dominare il mondo

Redazionale
Franco Nofori
03/07/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

L’incontrastato dominio del “Made in China”

Fino alla morte del suo incontrastato leader Mao Zedong, avvenuta nel 1973, la Cina era un Paese devastato dalla povertà e dalla feroce repressione ideologica interna. Tutti i progetti di emancipazione economica erano miseramente falliti, come quello di rilanciare l’agricoltura che, come unico risultato, produsse oltre 40 milioni di morti. Il fallimento dei piani quinquennali sovietici – l’altro potente regime comunista del tempo – appariva come un’insignificante bazzecola, a confronto della tragedia cinese. Poi, a Mao Zedong, succedette l’attuale Repubblica Popolare Cinese che per molti decenni, eclissò l’immagine del vecchio leader, proponendo, al suo posto, quella di un Paese completamente rinnovato e aperto alle strategie di mercato e fu un incontestabile successo.

Oggi la Cina è a un soffio dallo scavalcare gli Stati Uniti, come prima potenza economica mondiale ed è già detentrice di gran parte del debito pubblico statunitense. E’ ormai quasi impossibile trovarsi tra le mani un prodotto che non rechi la fatidica scritta “made in China” e i solerti propugnatori del progetto cinese dilagano in ogni angolo del mondo, esautorandovi i poteri autoctoni che, grazie a un preordinato e scaltro piano di crescente indebitamento, si trovano asserviti a Pechino che fa man bassa delle loro più rilevanti imprese pubbliche che aveva preteso a garanzia del debito. E’ avvenuto in Zambia, Tanzania, Kenya, Etiopia, Sudafrica e un po’ in tutti i paesi del continente africano, pur senza rinunciare a stendere gli avidi artigli anche su molte nazioni occidentali che si trovano oggi in balia del dragone asiatico, pagando il prezzo della propria dabbenaggine.

Un’esplicita minaccia al mondo

L’imponente parata militare del 1° luglio a Pechino per celebrare il centenario del regime comunista

Così, mentre la sprovvedutezza occidentale si dedicava a creare teatri di guerra in Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria… la Cina cresceva indisturbata, rafforzando in modo esponenziale il proprio potere economico. Il progetto era coerente con l’atteso traguardo di sconfiggere la povertà del proprio popolo – si pensava – e nessuno avvertì l’incombente pericolo. Almeno, nessuno lo avvertì fino a pochi giorni fa, quando, nel celebrare il centenario dell’avvento del marxismo cinese, l’attuale presidente Xi Jinping, si presentò ai media internazionali, indossando la celebre casacca del vecchio leader Mao Zedong, rispolverandone l’immagine e presentando una Cina, non solo più potenza economica, ma anche minacciosa potenza guerriera. Il monito che Xi Jinping rivolge oggi al mondo è inequivocabile: “Chi sfida Pechino – ha detto alzando il pugno chiuso per riaffermare la propria fede marxista – vedrà teste rotte e spargimento di sangue”. Poteva essere più esplicito?

Il fatto che del vero marxismo, la Cina abbia solo adottato la parte più autocratica e oppressiva, mentre nei fatti sia invece ricorsa a uno spregiudicato capitalismo, cambia di poco la sostanza del latente pericolo per il mondo. Secondo un recente rapporto del Pentagono, la Cina ha già eguagliato gli Stati Uniti in alcune aree di difesa e ci si attende che entro i prossimi dieci anni, la sua potenza militare e atomica, supererà quella dell’intera alleanza NATO ed è davvero singolare che solo nell’anno 2000, fonti militari statunitensi definivano la capacità bellica cinese “per lo più arcaica e priva di capacità organizzativa e formativa”. Un ennesimo e grave errore di valutazione in cui l’Occidente continua a incorrendo con preoccupante frequenza. Lo stesso rapporto del Pentagono rivela, infatti, che la Cina possiede oggi “il più grande esercito e la più potente marina del mondo, con 350 navi e due milioni di personale nelle forze regolari”. Guardare a questa situazione con aria di disinvolta sufficienza, significa votarsi deliberatamente al suicidio.

Non è pertanto casuale lo sfoggio di potenza bellica che la Cina ha messo in campo nella parata del 1° luglio in piazza Tienanmen, la stessa piazza insanguinata dalla protervia del regime nel 1989 quando i carri armati di Pechino spararono indiscriminatamente sui dimostranti causando migliaia di morti.  La Cina si riafferma quindi come una feroce dittatura degna delle peggiori epoche maoiste e staliniste che la storia ricordi. Eppure è proprio in questo contesto che la follia di Beppe Grillo l’ha portato ad attaccare la NATO e a difendere la Cina, dopo la recente riunione dei G7, facendo seguito ai pietosi proclami della sinistra che ci esortava ad “abbracciare un cinese” proprio all’indomani dello scoppio pandemico del Covid-19 che Pechino ci aveva regalato. Intanto i patti tra Cina e Russia si fanno sempre più intensi, favoriti dalla labile inezia di un presidente americano, forse soggetto ad avvisaglie di demenza senile e di un’Europa pasticciona e incoerente che se ne sta immobile in imbelle attesa della propria disfatta.

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