Politica

Crolla il Conte bis e l’Italia è nel caos, ma il primo pensiero è sempre per gli immigrati

I “buoni” e i “cattivi” dei fenomeni migratori

La vocazione pseudo-umanitaria che porta all’incondizionata accettazione di chiunque decida di violare i confini e installarsi in casa altrui, è quanto di più patetico i nostri circoli buonisti possano mostrare. L’Italia è allo sfascio sociale ed economico, come mai lo è stata dal secondo conflitto mondiale in poi. L’immagine che se ne ricava è quindi quella di un filantropo con le mutande stracciate che si presta a soccorrere lo straniero che, grazie a una procedura illegale, si ritrova in casa. Peraltro, la solidarietà tra derelitti è sempre stata una sublime vocazione della sensibilità umana, ma esaurite le nobili e commendevoli dichiarazioni d’intenti, ormai soggette a un incontenibile sfoggio oratorio, occorrerà pur sempre mettere mano ad azioni concrete che siano riferite all’oggettività dei fatti in questione.

Questi fatti dicono che l’Europa è divisa in due fazioni: quella in favore dell’accoglienza e quella che non ne vuole assolutamente sapere. Alla prima appartengono quei Paesi, Germania, Francia, Olanda, Belgio, Austria, Scandinavia… che non mancano mai d’invocare la solidarietà, purché questa non debba essere prestata da loro. La seconda è rappresentata dalle Nazioni dell’Est europeo: Polonia, Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Serbia, Croazia e Slovenia. Queste sono le nazioni “cattive”, mentre le altre sono le “buone” per definizione. Tra queste due fazioni, strette in una morsa d’assoluta impotenza, ci siamo noi italiani, insieme a greci e spagnoli. Cioè i “buoni per forza”, giacché un’infelice collocazione geografica, ci rende primi destinatari dei flussi migratori.

Lezioni di buonismo dall’Europa

La gendarmeria francese respinge i migranti al confine di Ventimiglia

I “buoni”, proprio perché sono tali, ci esortano incessantemente all’accoglienza e arrivano anche a bacchettarci quando ci mostriamo un po’ riottosi a prestarla. Intanto, pongono invalicabili barriere ai propri confini, rispedendoci in tutta fretta, qualsiasi irregolare che abbia la ventura di provare ad attraversarli. I cattivi, dal canto loro, se ne infischiano bellamente sia di noi che dei “buoni” e rendono impenetrabili le proprie frontiere a suon di muri, fili spinati e ben risolute forze di confine che li proteggono. Loro non hanno bisogno di esibirsi in piagnucolosi appelli alla solidarietà europea, perché d’irregolari, nei loro Paesi, non ce ne sono. Dati questi incontestabili presupposti, risulterà facile concludere che, almeno per quanto ci riguarda, “buoni” e “cattivi” compongono uno stesso schieramento avversario.

E’ pur vero che molti dei Paesi “buoni”, grazie ai loro trascorsi coloniali, traboccano già di decine di milioni d’immigrati (soprattutto islamici) da cui scaturiscono continue azioni terroristiche e di rivolta che hanno trasformato molte periferie delle grandi città, in luoghi in cui la sovranità nazionale si è sostanzialmente arresa all’egemonia degli ospiti. Ma dovrebbe essere proprio questo riscontro a indurre i Paesi in questione a dimostrarsi più obiettivi e realisti nell’affrontare i problemi migratori che, se oggi affliggono Italia, Spagna e Grecia, domani affliggeranno fatalmente anche loro.  Intanto il terzo mondo continua a premere ai nostri confini come un’onda gigantesca che si fa sempre più imponente e risoluta. Prima si trattava di migranti provenienti dall’Africa nera, poi da quella mediterranea, cui si è ora aggiunta anche quella asiatica.

La filantropia di un’Italia stracciona

I buonisti esultano ed esortano ad accogliere, accogliere, accogliere, ma una volta enunciati i loro nobili principi, si occupano davvero di “come” quest’accoglienza verrà prestata? Siamo un Paese in cui la pandemia ha paurosamente ingigantito il passivo pubblico, mentre l’indebitamento continua in modo esponenziale. La disoccupazione ha raggiunto livelli spaventosi. L’8 per cento degli italiani vive sotto la soglia di povertà assoluta, mentre l’11 per cento si arrabatta in quella relativa. Ogni migrante accolto costa allo stato 35 euro al giorno, pagato alle strutture che lo ospitano, mentre altri 2,5 euro sono la paghetta che spetta all’immigrato stesso. Ciò significa un costo globale di 1.125 euro mensili, mentre un invalido nostrano riceve meno di 290 euro e un pensionato sociale 500 euro. E’ facile rilevare come questo stato di cose crei un’iniqua sperequazione a danno degli autoctoni, facendo fatalmente germogliare sentimenti razzisti.

Eppure i costi sopra riferiti, sono una quisquiglia di fronte allo spaventoso ammontare di quelli indotti dal fenomeno migratorio. Solo le navi noleggiate per la quarantena, costano al contribuente 4.800 euro mensili per ogni migrante. C’è poi la spesa per la forza pubblica, che controlla e regolamenta il fenomeno; l’attività navale della Guardia di Finanza, la Capitaneria di Porto, la Marina militare, oltre alle spese sanitarie per le prestazioni mediche in favore dei migranti. In questa situazione, il governo (finalmente!) uscente di Conte 2 annulla, tramite l’ex Ministro degli Interni Lamorgese (pare riconfermata nelle intenzioni di Mario Draghi), il decreto sicurezza del suo predecessore e spalanca nuovamente i porti agli immigrati irregolari, all’insegna del più appassionato umanitarismo.

Che razza di ospitalità è questa?

Tutto questo, può essere inserito nel progetto di non rinunciare alla solidarietà verso i diseredati del mondo, ma una volta che questi migranti vengono accolti, come li trattiamo nella lacrimosa patria della fratellanza internazionale? Li gettiamo a centinaia in fatiscenti centri di accoglienza che sarebbero indegni anche per un ricovero di animali da pascolo. Un’unica toilette, deve servire circa quaranta persone; dell’igiene e meglio non parlarne e tra gente di etnie diverse, spesso animate da insanabili rivalità, si scatenano continue risse, con annessi tentativi di fuga che richiedono continui interventi delle forze dell’ordine. Alcuni di loro (non pochi) escono tranquillamente al mattino e vengono reclutati dai vari cartelli mafiosi per lo spaccio di droga nelle periferie cittadine.

E’ così che le caritatevoli anime di Boldrini, Lamorgese, Bellanova, Delrio, Magi e Fratoianni – per citarne alcuni – intendono quell’accoglienza cosi appassionatamente promossa? Cioè franando nel totale imbarbarimento sociale sia di loro – gli immigrati – e sia delle nostre città sempre più trasformate in invivibili favelas? Certo, dobbiamo impegnarci a fornire un’accoglienza più dignitosa, a integrarli, a trovargli un lavoro… ma se un esercito di navigator non riesce neppure a trovare lavoro per italiani qualificati, come potrà trovarlo per questi nuovi ospiti senza arte ne parte? E dove reperire il denaro da investire per ospitarli più dignitosamente, quando la percentuale del nostro debito pubblico è tra le più alte del mondo?

Europarlamentari PD bloccati al confine croato

Queste e solo queste, sono le risposte, basate sul realismo, che i numerosi club buonisti, nostrani e no, dovrebbero dare, senza ricorrere sempre alla retorica e alla sproloquiante demagogia dell’accoglienza. Invece, con un’Italia che si approssima allo sfacelo, quattro parlamentari europei del PD, Brando Banifei, Pietro Bartolo, Alessandra Moretti e Pierfrancesco Majorino – tutti inviati a Brusselles per tutelare gli interessi del proprio Paese – se ne vanno in Croazia (si spera a loro spese) per “accertare le condizioni dei migranti balcanici” bloccati al confine. E’ come mettersi a estirpare le erbacce dal prato mentre la casa va a fuoco.

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