Approfondimenti Politica

Covid e clandestini. Due pandemie con diverse cause ma simili effetti

Tutto a carico del contribuente

In Italia nel 2020 gli sbarchi di emigranti illegali sono triplicati rispetto al 2019: da 11.471 sono saliti a 34.133 che si aggiungono alle 600.000 persone arrivate negli ultimi quattro anni, quasi tutte senza conoscere la nostra lingua, senza una prospettiva di lavoro, senza un progetto se non quello di cavarsela in qualche modo meglio che a casa propria. Nell’insieme questa massa di gente crea non pochi problemi di sicurezza e grava sul sistema assistenziale privato e pubblico. Tutti quelli, e sono la maggior parte, che si dichiarano profughi impongono al paese un pesante onere aggiuntivo perché per lunghi periodi vengono inseriti nel sistema assistenziale creato per provvedere ai richiedenti asilo e ai titolari di protezione internazionale o permesso umanitario.

Per noi italiani, ormai l’emigrazione si riduce a questo: un danno, un esasperante problema economico e sociale senza scampo, dal quale siamo sopraffatti. Non ci rendiamo neanche più conto che altrove nel mondo emigrare è anche (e soprattutto) altra cosa, che gli emigranti sono almeno 164 milioni, in gran parte con documenti in regola: non si spacciano per profughi in fuga da guerre e violenze estreme per non essere respinti, lavorano con profitto per sé, per il paese in cui si sono trasferiti e, se guadagnano abbastanza da spedire denaro in patria, per i famigliari rimasti a casa. Nel 2018 le rimesse degli emigranti all’estero sono ammontate a 689 miliardi di dollari.

L’incubo pandemico

Per il Covid-19 è la stessa cosa. Viviamo ormai in un incubo fatto di divieti incomprensibili, libertà violate, notizie allarmanti, previsioni apocalittiche di nuove ondate e future epidemie incombenti, impoveriti, in molti casi al limite della sopravvivenza, senza intravvedere una via d’uscita. Il nostro orizzonte si è ristretto in senso proprio: per settimane ridotto ai confini del quartiere, del comune di residenza, della regione, finiti i viaggi all’estero, le vacanze in altri continenti. Esausti, molti finiscono per credere che davvero, come pretendono i nostri governanti, quello dell’Italia sia un modello di gestione del Covid che tutto il mondo ci invidia.

Qualcuno osa replicare che siamo tra i più colpiti dall’emergenza sia per vittime rispetto al numero di abitanti (ci superano solo Belgio, Bosnia Herzegovina e Slovenia) sia per gravità della crisi economica. Guai però a citare, come si fa spesso, l’esempio della Svezia che, senza rigorosi distanziamenti e lockdown, ha tuttavia meno morti per milione di abitanti (956 contro i 1.332 dell’Italia) e un Pil negativo nel 2020 del 3,4 per cento, con una previsione di ripresa del 3,3 per cento nel 2021, mentre il Pil italiano è sceso del 9,9 per cento nel 2020 e si stima possa crescere del 4,1 per cento nel 2021, ma tutto fa temere che non sarà così giacché si prospettano altri mesi di zone rosse, arancioni e gialle. La risposta pronta e puntuale è: “Ma la Svezia ha pochi abitanti e una densità demografica bassissima, solo 24,5 abitanti per chilometro quadrato, quindi il confronto non vale” e non serve neanche replicare che l’87,7 per cento degli svedesi abita in centri urbani e quindi che la gran parte della popolazione non vive affatto distanziata e protetta dal contagio.

L’effimero compiacimento di sentirsi i migliori

Taiwan, un’esempio di massima efficienza nella lotta contro il Covid

Emigrazione e Covid-19, disgrazie senza rimedio. Questo ci vogliono far credere. E allora prendiamo un esempio che non può essere contestato: Taiwan.
In Italia la densità demografica è di 206 abitanti per kmq, a Taiwan è di 673 abitanti; in Italia il 69,5 per cento della popolazione vive in centri urbani, a Taiwan la percentuale è del 79 per cento. Taiwan non è nell’Oms perché la Cina pone il veto e quindi non ha ricevuto indicazioni, protocolli, aiuti di alcun genere dall’Onu. Tuttavia è forse il paese che finora ha meglio combattuto il Covid-19: i dati rilevati indicano meno di mille contagi e solo sette morti.
Chi dubitasse dell’eccellente risposta sanitaria di Taiwan consideri che il paese ha chiuso il 2020 con una crescita del Pil del 2,3 per cento e che si prevede per il 2021 una crescita del 3,2 per cento. Tra l’altro, numerose aziende taiwanesi in Cina nel corso del 2020 si sono trasferite in patria. Si tratta d’investimenti per 32 miliardi di euro che da soli hanno creato 100.000 nuovi posti di lavoro.

Il successo economico di Taiwan è provato inoltre dal fatto che nel 2020 sono arrivati nel paese quasi 800.000 emigranti, attirati dalla domanda di forza lavoro, con un afflusso di talenti soprattutto in ambito tecnologico, il fiore all’occhiello dell’industria locale. Tra i nuovi arrivati si contano 820 uomini d’affari e almeno 124 giornalisti che hanno preferito stabilirsi a Taiwan per seguire le notizie dalla Cina senza correre il rischio di problemi con le autorità cinesi. Il ministero del commercio e del lavoro taiwanese sottolinea con soddisfazione che tra gli immigrati molti sono gruppi famigliari attirati dalla prospettiva di trovare nell’isola non solo ottime opportunità di lavoro, ma anche un sistema sanitario efficiente e uno scolastico ben organizzato che dà ai ragazzi la possibilità di frequentare la scuola in sicurezza.

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