Politica

Corruzione in Africa, chi vuole davvero combatterla?

Estero-approfondimenti
Franco Nofori
3 novembre 2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Un terzo delle entrate africane è divorato dalla corruzione

Si stima che, causa la corruzione, il tesoro dei paesi africani perde un terzo delle proprie entrate. Vale a dire che quando sarebbe in diritto di incassare, poniamo, 15 milioni, in realtà ne incassa soltanto 10, gli altri 5 finiscono nelle tasche dei suoi servitori infedeli che, per questo “servizio” percepiscono addirittura uno stipendio elargito proprio dalle vittime che s’ingegnano a derubare. Leader che vivono da Cresi, mentre il popolo langue nella povertà. Un vero paradosso kafkiano! Le vittime, ahimè, sono loro: i popoli del continente nero. Popoli che, anno dopo anno, vedono inesorabilmente aumentare l’esercito dei diseredati che scivolano sotto il livello di povertà, ma cosa fanno i governi per contrastare questo sciagurato fenomeno? Mettono in atto quello che sembrerebbe il sistema più semplice ed efficace: creano (e pagano!) permanenti organi pubblici di controllo che verificano l’operato degli altri organi.

Parlando del Kenya, che è uno dei Paesi africani che conosco meglio, uno di questi organi è rappresentato dall’Anticorruption Autority, ma non è il solo, perché ogni dipartimento ne può creare altri al proprio interno con specifiche competenze concernenti le funzioni stesse del dipartimento in questione. E’ proprio in funzione di questa strategia che, per esempio, al porto di Mombasa, prima che si alzi l’ultima barriera, quella che consentirà di portarci a casa la propria merce, si dovrà sottostare a un totale di ben 11 controlli; L’autorità Portuale; il CID (Criminal investigation department); La dogana; la polizia; l’ente che accerta lo standard di qualità, l’Anticorruzione, ecc. A sua volta, ciascuno di questi organi, dispone di uno o più organi superiori che verificano l’operato degli organi precedenti, con il potere di annullare il tutto e ripetere le operazioni dal principio.

Norme fatte apposta per favorire i corrotti

In un mondo non perfetto, ma almeno normale, questi controlli effettuati sui controllori, dovrebbero rappresentare un robusto deterrente verso i malandrini che hanno in animo di frodare lo stato. In un mondo normale, appunto, ma l’Africa è un mondo proprio normale? Se per “normale” si deve intendere ciò che è da tutti adottato nella pratica comune, allora dobbiamo dire che sì, l’Africa è normale, ma in un modo esclusivamente, bizzarramente e peculiarmente suo. Tutti gridano contro la corruzione e si mostrano disgustati, ma quasi tutti – se ne hanno la possibilità – la praticano. Liquidare questa propensione come un semplice atto criminale, sarebbe semplicistico. La corruzione in Africa è un fatto di costume, di tradizione e anche di cultura.

Dall’ottenuta indipendenza in poi, la famigerata “bustarella” è diventata un diritto che è reclamato senza remore e senza vergogna. Chi ne ha la possibilità se ne avvale senza battere ciglio, chi invece non occupa una posizione che gli consenta di praticarla, anela a raggiungere tale posizione e mugugna quando non ci riesce perché, ai suoi occhi, si sente discriminato nei propri diritti. Tutto sommato non è anche questo un principio di equità? Benché l’Istituzione più corrotta sia ritenuta quella delle forze di polizia, va detto che il fenomeno si estende a 360 gradi, interessando tutti i livelli sociali, economici e di potere, perché in Africa si deve pagare per ogni servizio: si paga l’inserviente ospedaliero perché fornisca un materasso al familiare ricoverato; si paga il modesto usciere che deve indirizzarci all’ufficio giusto; si paga l’impiegato che fornisce il modulo che dobbiamo compilare… e da qui si va sempre più su, attraverso l’ufficio immigrazione; quello delle imposte, del comune; del registro; del catasto; della sanità; del lavoro; del sindacato; della magistratura… fino ad arrivare al deputato, al dirigente ministeriale, allo stesso ministro… meglio fermarsi qui e confessare un po’ di codardia per i potenti che si vanno a toccare.

Quando la corruzione si trasforma in estorsione

Non si pensi però che l’imprenditoria privata sia immune dal malvezzo. I fornitori delle grosse aziende sanno bene che per avere l’assegno a saldo delle prestazioni fornite – già pronto e giacente in un cassetto a prendere polvere – devono spesso elargire un adeguato compenso a chi ha l’incarico di consegnarglielo. In questa situazione – che in modo così esteso e pregnante caratterizza l’intero continente africano – chi può agire contro chi, a fronte di un seppur conclamato caso di corruzione?  Ci vorrebbe un vero eroe e anche supposto di trovarlo, proprio in ragione della sua onestà, non sarebbe mai assurto al livello di poter agire perché lo avrebbero spazzato via molto prima in difesa del generale status quo goduto dalla maggioranza. Così, nell’apparato dell’establishment tutti sanno, tutti tacciono e tutti riscuotono, certi della totale impunità.

Del resto se anche il più tiepido desiderio di arrestare la corruzione esistesse davvero, non assisteremmo a iniziative così dissennate che invece di combatterla, la favoriscono. Gli stuoli di super-controllori servono solo ad allargare il raggio delle bustarelle da elargire e più si sale nella scala gerarchica e più la bustarella si appesantisce. Ecco un altro esempio di ciò che avviene in Kenya: in quasi tutti i paesi europei a chi viene fermato per un’infrazione alle norme traffico, viene consegnato un verbale dell’infrazione contestata e del suo ammontare. A questa è allegato un bollettino postale con cui il contravventore – forse non felicemente, ma di certo agevolmente – potrà eseguire il pagamento. In questo modo lo stato incassa ciò che gli spetta e il cittadino riceve i servizi cui ha diritto. Ma davanti a chi commette in Kenya la stessa infrazione, si aprono le porte di un vero girone dantesco!

Un apparato infernale che non offre via d’uscita

Spesso come prima cosa, occorre seguire l’agente alla stazione di polizia, a volte anche caricandolo a bordo della propria auto, benché la legge disponga il contrario. Qui si può dover attendere ore. L’auto potrebbe quindi essere messa sotto sequestro per subire una fantomatica “ispezione”, se invece si è “fortunati” si pagherà una cauzione e il giorno dopo, alle ore 8 di mattina ci si dovrà presentare in tribunale, dove si dovrà rispondere dell’infrazione commessa davanti al giudice e pagare la sanzione che verrà stabilita. E’ opportuno aggiungere che presentandosi in tribunale alle 8 è possibile che si debba attendere fino alle 13 prima che il nostro caso venga portato sul banco del giudice (anche per questo una bustarella al cancelliere ci sarà d’aiuto) poi potremo avere la sorpresa di vedere il dibattimento rinviato di un giorno, o una settimana, o anche un mese e questo per più volte. Tanto chi ha fretta in Africa, se non noi?

Ma i disagi non si fermano qui. Dopo che ci saremo dichiarati colpevoli e pronti a pagare ciò che verrà stabilito, dovremo comunque attendere la chiusura della sessione giudiziaria e quest’attesa (senza appropriata mancia al poliziotto di turno) dovremo passarla nella cella del tribunale, insieme a grassatori, prostitute, truffatori, lenoni e altra amena compagnia, nel tanfo di urina e di corpi non lavati. Aria irrespirabile, semioscurità, spesso in piedi per ore schiacciati gli uni con gli altri con interscambio delle rispettive sudorazioni. Non è neppure raro il caso in cui ci vengano addirittura messe le manette ai polsi. Del resto chi non sa quanto sia pericoloso chi dimenticata la cintura di sicurezza, o non cambia una lampadina di segnalazione bruciata?  Non sono forse atti di vera e propria criminalità!

Il malaffare germoglia nella palude delle complicazioni

La “superstrada” Nairobi-Mombasa in Kenya. Una specie di “Autostrada del Sole” nostrana, che conta uno dei più alti numeri di morti del mondo

Il bello è che se qualcuno sta rientrando da Mombasa a Nairobi dove vive e – putacaso – viene fermato a Voi, dovrà abortire il rientro e pernottare lì. Come farà se no a comparire in tribunale la mattina successiva improrogabilmente alle 8? Anzi se, com’è probabile, l’udienza verrà rinviata dovrà anche tornare a Voi tutte le volte che sarà necessario fino alla pronuncia del giudizio. Un tempo, prima che i cervelloni del governo, mettessero a punto questa brillante procedura, le cose funzionavano in modo molto più semplice. Sul retro del verbale di contravvenzione compariva una breve dicitura che recitava pressappoco così: “Se intendete dichiararvi colpevoli, firmate qui sotto e spedite alla corte di …. l’ammontare della multa vi sarà notificato al vostro indirizzo e potrete far pervenire il pagamento alla corte di merito.” Troppo semplice e troppo banale. Forse quasi primitivo, ma il fatto è che le multe venivano pagate, lo stato incassava e il fondo pro-corruzione restava all’asciutto.

Oggi che la procedura è cambiata, chi ha il coraggio di assoggettarsi all’orrore che ho appena illustrato, quando basta usare la breve formuletta magica rivolta al poliziotto che ci ha fermati, perché tutto si risolva d’incanto e si possa proseguire il viaggio indisturbati? “Please, let’s help each other!” è il codice di rito (per favore aiutiamoci a vicenda!). Restando seduti nella nostra auto, ci mettiamo in grembo mille scellini che il poliziotto fa sparire con rapida noncuranza e all’istante è tutto risolto. Sì, ma lo stato non ha incassato un centesimo e l’apparato della corruzione ha messo a segno un altro successo. Per noi, mille scellini sono ben pochi per evitare l’Odissea che abbiamo illustrato, ma il poliziotto che in una giornata (se non è fortunato) troverà altri 6 o 7 fringuelli come noi, si sarà assicurato un’entrata mensile superiore a quella di un dirigente di banca!

L’esempio del Ruanda di Paul Kagame

Veduta di Kigali, la splendida capitale del Ruanda

Si deve davvero credere che gli artefici di questa strategia non si siano resi conto di aver messo in mano alla “Società Anonima dei Corrotti” una potentissima arma in più? Si deve davvero credere che neppure si siano resi conto che moltiplicando i controllori hanno semplicemente moltiplicato i punti di esazione delle bustarelle? No, non possiamo crederlo. E allora vuol dire che questa strategia è stata messa in atto con la piena consapevolezza dei suoi effetti, tra questi uno in particolare: quello che tutti possano sgraffignare qualcosa in modo che tutti siano soddisfatti e non si disturbino reciprocamente. “Africa wins again!” Osserva lo scrittore sudafricano Wilbur Smith nei suoi molti romanzi di successo: “L’Africa vince ancora!” Verissimo, ma chi perde sono immancabilmente le sue genti.

Il presidente del Ruanda, Paul Kagame

Stando a quanto ne so, c’è un solo Paese africano, che dopo il raccapricciante macello di quasi un milione di persone, avvenuto in soli tre mesi, ha tirato le redini agendo con genuina determinazione ed energia per combattere la corruzione. E’ il Ruanda di Paul Kagame, una nazione che dovrebbe essere un esempio per l’intero continente, un paradiso di pulizia, efficienza e legalità che fa invidia a molti paesi occidentali. Per raggiungere questo indiscutibile successo, Kagame, ha dovuto usare il pugno di ferro, non tollerando alcuna trasgressione e questo gli ha provocato molti nemici nell’apparato del potere che, oggi, non possono più ingozzarsi alla greppia. Ha subito numerosi attentati da parte di ribelli finanziati dai vicini invidiosi: Congo, Uganda, Burundi, ma il popolo è dalla sua parte e lui tira dritto per la sua strada dimostrando al mondo che l’Africa, quando vuole, è in grado di farcela, senza il melenso accattonaggio rivolto ai potenti della terra che, a conti fatti, elargiscono sempre meno di quanto sottraggono.

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