Politica

Coronavirus, MES, Eurobond e Cina, le sudditanze dell’armata Brancaleone che guida l’Italia verso il baratro

Nasce l’Unione Europea

Era il 1° novembre 1993, quando a Maastricht, in Olanda, sei Paesi: Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Olanda, fondavano l’Unione Europea al fine di adottare comuni politiche sociali ed economiche. Il giorno successivo si celebrava la “festa dei morti” e mai ricorrenza poteva essere più drammaticamente profetica per le sorti del nostro povero Paese. In quell’anno, l’Italia, chiudeva il proprio bilancio con un debito pubblico (espresso in euro) di 1.528 miliardi. A gennaio di quest’anno, 2020, nel pieno dell’ammucchiata europea, quel debito è salito a ben 2.443 miliardi! Se lo scopo del nuovo organismo continentale era quello di farci vivere in agiatezza, si è trattato (direbbe Fantozzi) di “Una toppata mostruosa”.

Eppure, devo confessare, che anch’io ero tra gli entusiasti sostenitori di questa nuova alleanza. Il nostro continente è il terreno su cui è germogliato l’intero e ricco patrimonio mondiale: arte, scienza, cultura, tecnologia, diritto… Ero stanco di vedere l’Europa relegata al ruolo di Cenerentola, schiacciata tra i propositi egemonici di Stati Uniti, Cina e Russia. Noi – Stati Federati di un’Europa Unita (perché così la prefiguravo) – avevamo una potenza produttiva, finanziaria e culturale che faceva impallidire il resto del mondo e anche militarmente – escludendo l’armamento atomico – potevamo assumere la leadership planetaria…. Sogni, patetiche illusioni, effimere attese, che non tenevano in alcun conto le personalità di chi ci rappresentava in quella transazione, ma – soprattutto – non tenevamo in alcun conto di quanto fosse immensa la loro, incompetenza, la servile codardia e l’imbelle sottomissione alle imposizioni di quell’Europa matrigna con cui stavamo andando a nozze.

La pandemia che ha messo in ginocchio il mondo

Christine Lagarde  (sinistra) e Ursula Von der Leyen, rispettivamente, presidente della banca centrale europea e presidente della commissione europea

E’ pur vero che in un momento d’emergenza si deve rinunciare alle strumentalizzazioni politiche per affrontare insieme e con intenti comuni, i problemi che affliggono l’intera popolazione. Tanto più nella sciagura che stiamo vivendo, giacché essa non riguarda solo l’Italia, ma affligge tragicamente l’intero pianeta e chi ha vissuto abbastanza a lungo, può tranquillamente dichiarare di non aver mai assistito a una catastrofe di altrettanta virulenza che ha colpito in ogni angolo del mondo.

Se è quindi vero che non è il momento di scatenare polemiche, additandosi l’un l’altro per attribuire vere o presunte responsabilità, è però altrettanto vero che dobbiamo mantenere la capacità di individuare, con lucidità e realismo, gli errori commessi. Gli errori, ho detto, non le persone che li hanno commessi. Questo lo potremo fare quando l’emergenza (speriamo presto) sarà superata. Allora sarà il tempo di indagare sulla responsabilità di ciascuno per capire, se e in quale misura, ha contribuito a creare, o almeno a favorire, questa sciagura. Tuttavia le grottesche concioni con cui l’avvento dell’infezione è stato accolto da non poche personalità politiche: “abbracciamo un cinese”; “stasera tutti a cena in un ristorante cinese”; “la Cina ci è amica”… dobbiamo pur metterle in conto o no? Secondo alcuni no, perché faremmo “strumentalizzazione politica” e “sciacallaggio”. Ma, allora, i morti? Muoiano in silenzio. Ciò che è fatto è fatto, tanto erano quasi tutti over-seventy. L’ha detto perfino l’autorevole Christine Lagarde: “In Europa si vive troppo a lungo”.

La filantropia degli straccioni

Il Presidente del Consiglio Conte fa il baciamano ad Angela Merkel

Intanto, (sarà sciacallaggio anche questo?) la sanità è al tracollo e il fatto che lo siano anche quelle di altri Paesi, è ben poco consolante. Mancano medici, infermieri, strumentazioni sanitarie, letti per la terapia intensiva e la rianimazione. E’ vero che una simile emergenza trova impreparate anche le nazioni più evolute, ma la domanda da porsi è un’altra: se le scelte che hanno preceduto questa sventura fossero state diverse, avremmo potuto rendere l’emergenza meno grave? Ciascuno provi a rispondere secondo il proprio giudizio.

Tra le iniziative più recenti adottate dai governi di turno, i fondi per la Sanità Pubblica sono stati decurtati di 37 miliardi, mentre quelli destinati alla gestione degli immigrati hanno goduto di un finanziamento di circa 40 miliardi. Negli ultimi dieci anni, nel nostro Paese, sono stati chiusi 175 ospedali e nello stesso periodo, sono stati aperti, in varie parti dello stivale, ben 9.282 centri di accoglienza. Si tratta di dati apparsi sulle principali testate nazionali e credo difficilmente confutabili, ma se qualcuno è in grado di dimostrare il contrario si faccia pure avanti. Non a caso, un insospettabile uomo di sinistra, il giornalista, docente e scrittore, Federico Rampini, non si è esentato dal rilevare l’incongruenza di simili scelte.

Sempre in tempi recentissimi, la munificenza italiana, ha erogato 50 milioni di aiuti alla Tunisia perché potesse sostenere le proprie imprese; altri 20 li ha donati alla Bolivia per le stesse ragioni, oltre a qualche altra manciata di milioni alla Somalia. Qui non si tratta di essere pro o contro l’accoglienza dei migranti. Non si tratta di esprimere o no sentimenti di solidarietà internazionale. Si tratta semplicemente di chiedersi quali interessi un governo sia istituzionalmente tenuto a tutelare, se non quelli di chi l’ha eletto e si aspetta che agisca per il proprio bene. Adesso, questa immane disgrazia che si è abbattuta su tutti i popoli della terra, sovrasta ogni altro cruccio del nostro vivere quotidiano. Tutti i piccoli fastidi, i nervosismi, le impazienze, che costellavano le nostre giornate, appaiono solo più come i capricci di un bimbo viziato. Oggi, ci si ammala e si muore. Di che altro dovremmo preoccuparci se non di questo?

“Tutto andrà bene”, ma sarà proprio così?

Eppure sull’enorme sciagura che ci attanaglia, incombe un’altra colossale sciagura che attende di piombare su di noi, non appena, gli effetti della pandemia si saranno attenuati. Sarà una sciagura non meno deleteria e disastrosa di quella che oggi stiamo vivendo. Provocherà il crollo delle grandi economie mondiali, porterà fame, degrado, violenze. Cosa si sta facendo e cosa si dovrebbe fare per prevenirla o, almeno, per controllarla in modo efficace?

C’è chi invoca l’uscita dall’Unione Europa e dall’euro. Non sono un esperto di finanza per dire se potremmo davvero farlo in modo indolore. Noi, non siamo solo membri dell’Unione, come lo era il Regno Unito, noi, siamo anche nell’area della moneta unica, una moneta la cui dissennata trattativa di conversione, basata sul marco tedesco, ci ha portati a un improvviso raddoppio dei prezzi e non so predire quali conseguenze potremo subire uscendo, ma alcune esperienze le abbiamo già vissute ed è quindi almeno su quelle che dovremmo poter esprime appropriati giudizi. Una di queste è la Globalizzazione. Dopo averla sperimentata a lungo, dovremmo oggi poter essere in grado di dire, se l’averla utilizzata ci ha portato benefici. Ce li ha portati? Migliaia di aziende occidentali sono state falcidiate dal prepotente ingresso sui nostri mercati di prodotti asiatici, che si sono sostituiti ai nostri. La concorrenza, si dice, è l’anima del commercio e certamente lo è, a patto che i contendenti operino nel rispetto di condizioni analoghe.

Chi può competere con i pirati?

Wuhan: urne cinerarie distribuite alle famiglie delle vittime

Così non può avvenire in un mercato globale, dove le dittature si confrontano con le democrazie; dove i diritti umani, da noi ritenuti inviolabili, là sono spavaldamente disattesi; dove i salari sono salari da fame; dove non esistono sindacati che proteggono chi lavora; dove chi protesta troppo, viene disinvoltamente messo in galera, se non addirittura al muro. Si può davvero parlare di “leale concorrenza” in simili condizioni? Eppure migliaia di cittadini europei fanno sempre più incetta di prodotti stranieri, soprattutto asiatici. Perché siamo così reticenti ad acquistare ciò che è prodotto in Italia? Perché costa un po’ più caro? Ma perché non teniamo anche conto dell’apparato assistenziale che il nostro Paese ci mette a disposizione, mentre il possente drago cinese, che sta fagocitando il mondo, conta in casa propria circa 400 milioni di derelitti che vivono sotto la soglia di povertà?

E parlando ancora di quella Cina che ci sarebbe amica per averci mandato un team medico e un po’ di mascherine, è davvero ora di aprire gli occhi. La Cina è un’affabile ingannatrice che attraverso la pretesa filantropia, si muove alacremente alla conquista del mondo, basta guardare a ciò che sta accadendo in Africa, dove grazie all’untuosa generosità verso le sue corrotte leadership, ha ormai stretto quel continente in una morsa inestricabile, da cui, come un ragno vorace, sta suggendo ogni risorsa disponibile. E’ ora che ne prendiamo atto: la Cina non è amica di nessuno, neppure di gran parte del proprio popolo.

La piaga del corona virus è esplosa nel suo territorio e ancora non è chiaro da cosa sia stata originata. Approfittando del fatto che il mondo non sapeva nulla di questo nuovo flagello e grazie a un collaudato regime autoritario, che nulla lascia trapelare, la Cina ha mentito spudoratamente al mondo, impedendogli cosi di porre in atto preventive misure di contenimento. Ha mentito sull’inizio dell’infezione che, oggi si sa, era già in atto a dicembre; ha mentito sull’alto livello di contagiosità; ha mentito sul numero delle persone affette ed ha anche mentito sul numero delle vittime, dichiarandone solo poche migliaia con una bassa incidenza sul numero dei contagiati. Ma come recita un vecchio adagio “Occorre una memoria straordinaria per poter essere un perfetto bugiardo”, così anche Pechino ha fatto un passo falso, smascherando le proprie menzogne. Pochi giorni fa, nella città di Wuhan, sono state consegnate alle famiglie, 44 mila urne cinerarie contenenti i resti dei loro cari. Tutti morti per cause estranee al corona virus? Chi vuole crederci può anche credere all’esistenza dei puffi o alle imprese della strega Mafalda.

No all’autarchia assoluta, ma sì alla solidarietà nazionale

Angela Merkel con il premier Olandese Mark Rutte

L’Italia produce, o è comunque in grado di produrre, qualunque cosa occorra ai propri cittadini e quei cittadini, hanno il dovere, ma anche l’interesse, a sostenerla poiché continuando nelle scelte esterofile, non si potranno più lamentare se, loro, i loro figli, i loro nipoti, resteranno disoccupati. Con questo non intendo certo riproporre la rigida autarchia e il severo controllo dei prezzi del ventennio fascista, ma è fuor di dubbio che finché continueremo a seguire gli ordini di un’Europa rigorosamente ottusa e tesa a tutelare i propri interessi di cortile, ci condanneremo sempre più a una sudditanza senza fine. E’ inammissibile che un piccolo Paese come l’Olanda, con un Prodotto Interno Lordo che è poco più della metà del nostro, che strizza l’occhio agli evasori d’Europa, offrendosi a loro come un’allettante paradiso fiscale e che, malgrado questa scadente immagine, si arroghi il diritto di fare la voce grossa respingendo le nostre richieste e lasciandosi anche andare, insieme alla Germania, a lazzi strafottenti nei nostri confronti.

A tutto c’è un limite. Siamo stati sconfitti sugli eurobond e siamo supinamente entrati – malgrado le tonanti dichiarazioni contrarie – nel Fondo Salva Stati (MES) – pur se in una forma malamente mascherata – ed è surreale che proprio chi ieri prometteva di non farlo, oggi celebri questa resa come una fulgida vittoria. Per quanto tempo ancora continueremo in questa disgustosa calata di brache che ha seppellito il nostro onore di Nazione e di popolo? Abbiamo svenduto la nostra dignità, ma l’Italia non è la Grecia. E’ la seconda potenza manifatturiera del continente. Questo l’Europa a guida franco-germano-olandese, lo tenga ben presente e non tiri troppo la corda. Il Regno Unito se n’è già andato, ma se lo facesse anche l’Italia, il progetto di un’Europa Unita si sfascerebbe come un castello di sabbia, alla prima onda della risacca.

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