Politica

Congo, terra d’indicibili massacri in cui è stato ucciso l’ambasciatore Attanasio

 

Speciale per Italietta Infetta
Franco Nofori
Torino, 23/02/2021

Il terribile costo dei propositi di pace

Nella Repubblica Democratica del Congo (“democratica” è un eufemismo) gli attacchi a convogli di qualsiasi genere sono una quotidiana routine, tanto che non fanno nemmeno più notizia. In questo caso l’evento ha richiamato l’attenzione internazionale perché ha come vittime l’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, un carabiniere della scorta, il trentenne Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo, l’autista congolese del mezzo su cui viaggiavano. Il convoglio, in missione di pace per conto delle Nazioni Unite, era diretto al villaggio di Rutshuru, dove l’ambasciatore doveva inaugurare un nuovo programma scolastico. Goma, nella zona orientale del Paese, vicinissimo al confine con il Ruanda, è il luogo in cui si è verificato l’attacco. Luca Attanasio aveva solo 43 anni ed era padre di tre bambine.

Le autorità locali, puntano il dito sui ribelli ruandesi che si oppongono al presidente Kagame e ipotizzano un tentativo di sequestro a scopo di riscatto, ma la cosa appare alquanto improbabile perché i supposti “ribelli ruandesi” sono supportati dallo stesso governo congolese che sponsorizza il rovesciamento del regime di Kagame, considerato un loro acerrimo nemico. Come sempre, l’analisi degli eccidi che avvengono in Congo è quindi di difficile lettura perché si presta alle strumentalizzazioni delle parti avverse, ma una considerazione che appare assolutamente lecita, in relazione al tragico evento, è che è stato quantomeno avventato, da parte degli organizzatori della missione inviare un convoglio in una delle zone più pericolose del Paese senza un’adeguata scorta militare.

Una storia ininterrotta di sopraffazioni e massacri

In Congo, l’Italia aveva già pagato un altissimo prezzo in vite umane quando, nel 1961, tredici avieri italiani, facenti parte delle forze ONU, furono barbaramente trucidati a Kindù. L’indipendenza concessa al Paese, che fino a quel momento era stata una colonia belga, servì solo a scatenare un’indicibile mattanza tra la miriade di tribù, dominate da un odio feroce, l’una nei confronti dell’altra. La situazione raggiunse una pur precaria stabilità, solo grazie al massiccio intervento dei caschi blu che si fermarono in Congo fino a che il potere fu “democraticamente” conferito, nel 1960, al primo ministro, Patrice Lumumba, poi rovesciato e ucciso dal colpo di stato del colonello Mobutu Sese Seko. A lui seguirono, come presidenti, Joseph Kasavubu e Moise Ciombé, poi nel 1965 tornò alla ribalta Mobuto che mantenne la presidenza fino al 1996 quando, Laurent Dèsire Kabila, lo costrinse in armi a fuggire in Marocco, dove, stanco, vecchio e amareggiato, Mobuto, si spense per cause naturali l’anno successivo.

Durante la presidenza di Laurent Kabila, il Paese, ricchissimo di giacimenti minerari (diamanti, oro e Coltan), divenne teatro di una guerra feroce, cui parteciparono gli eserciti regolari di sei paesi africani, che volevano assicurarsi il controllo di dette ricchezze. Kabila, riuscì con fatica a mantenere il controllo del Congo occidentale, mentre quello orientale era saldamente in mano ai ribelli. Questa spietata lotta causò la morte di almeno 350.000 vittime tra i combattenti sui fronti opposti, mentre circa 2.500.000 di civili congolesi perirono per carestie e infezioni causate dal conflitto. Nel 2001, Laurent Kabila fu assassinato (non è mai stato chiarito da chi) e a lui succedette il giovane figlio, appena trentenne, Joseph Kabila che è rimasto in carica fino al 2018, quando, attraverso contestate elezioni, è salito al potere Felix Tshisekedi.

L’atroce sorte dei bambini congolesi

Nei suoi sessant’anni d’indipendenza, il Congo non ha mai conosciuto un solo momento di pace. Torture e ammazzamenti sono all’ordine del giorno, attuati da un’infinità di formazioni guerrigliere, ma anche dalle stesse truppe governative. A fare le spese di questa inarrestabile mattanza è soprattutto la popolazione civile. Le Nazioni Unite calcolano che ogni mese, vengono uccise oltre 38.000 persone! Neppure i bambini sono risparmiati. Quelli che restano in vita, è perché vengono trasformati in combattenti o sfruttai nelle miniere, oppure, utilizzati come giocattoli sessuali. In proposito, l’Unicef ha denunciato che oltre 15.000 bambini sono tuttora trattenuti nelle mani delle alte cariche militari, per soddisfare le più disgustose esigenze sessuali. Il governo si guarda bene dal protestare, perché perdere i favori dell’esercito – come i precedenti hanno ampiamente dimostrato – significa poter perdere la carica e anche la vita.

Sarà facile capire come, in un simile contesto, trovare affidabili interlocutori, con cui parlare di pace, sia uno sterile vagheggiamento. In Congo si stima esistano circa mille gruppi combattenti, ciascuno con la propria miniera di diamanti, oro e coltan. Vendono questi minerali nel mercato nero e tramite questo si procurano le armi con cui continuare a uccidere per mantenere il dominio sul proprio piccolo impero. Alcune di queste formazioni combattenti, nascono e scompaiono nel giro di poco tempo quando un avversario più agguerrito riesce a sconfiggerli. Neppure e raro che potenti apparati governativi si accordino con i ribelli per spartirsi i proventi delle loro razzie. In altri paesi africani centro-orientali, e abbastanza frequente, nei bar e ristoranti frequentati da europei, imbattersi in un congolese che offre diamanti e altri minerali a prezzi convenienti. Si tratta di venditori inviati dai rispettivi gruppi di guerriglieri cui appartengono.

Una scelta drammaticamente incauta

L’ambasciatore Attanasio con la sua famiglia

La zona di Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, in cui ha avuto luogo l’imboscata, è praticamente in mano ai ribelli che se ne contendono il controllo attraverso continui e sanguinosi scontri che hanno costretto la popolazione civile a rifugiarsi nella vicina foresta per sfuggire ai massacri. Inoltre, le autorità provinciali, hanno dichiarato di non essere state avvisate del viaggio programmato dal nostro ambasciatore e sono state quindi impossibilitate a fornire un’adeguata protezione al convoglio che era peraltro costituito da due soli veicoli, protetti esclusivamente da altrettanti militi italiani. Difficile esprimere un giudizio al riguardo, perché data la situazione su quel territorio, non è neppure certo che le autorità congolesi avrebbero potuto organizzare un’efficiente protezione e – probabilmente – la stessa presenza di forze governative avrebbe potuto istigare i ribelli a organizzare un attacco.

Ecco perché, pur nell’assoluto cordoglio per l’ennesima morte di nostri connazionali, queste iniziative umanitarie non riusciranno mai a portare un significativo costrutto a beneficio del popolo congolese, un popolo che malgrado il terrificante numero di morti, sfiora oggi i 100 milioni di abitanti il 75 per cento dei quali vive sotto la soglia di povertà assoluta, mentre il sottosuolo del loro Paese straripa di ricchissime risorse che restano a esclusivo vantaggio dei satrapi al potere e dei sanguinari ribelli che si confrontano sul campo con una crudeltà e una spietatezza, del tutto prive dei più elementari valori di umana solidarietà.

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