Inchieste Politica

Come ingegno e fertile fantasia trasformano i clandestini in rifugiati

Immigrazione
Anna Bono
24/06/2021
annabono.1950@gmail.com

I flussi migratori

Nel mondo, stando all’ultimo rapporto dell’UNHCR, ci sono 20,7 milioni di rifugiati e 48 milioni di sfollati… poi ci sono gli emigranti illegali che arrivano in Italia sui barconi e – per non essere fermati alla frontiera e respinti – affermano di essere in fuga da guerre e violenze e chiedono asilo, raccontando fantasiose storie di viaggi e peripezie. Le associazioni dei “porti aperti” però le ascoltano e le ripetono portandone i protagonisti ad esempio di coraggio e forza contro ogni avversità, mentre dei rifugiati veri e degli sfollati si dimenticano spesso di parlare, perfino nella giornata del 20 giugno, che in tutto il mondo li ricorda. Ecco tre di quelle storie riportate nell’ambito di un’iniziativa intitolata “Con altri occhi”…

La storia di Ismail

Migranti durante la traversata del deserto libico

Dice di essere nato in un piccolo villaggio di pastori nel deserto del Chad, dove pativa la fame. Un giorno con dieci coetanei va a caccia di giraffe: a cavallo e armati di lance. Dice che hanno corso un grosso rischio perché in Chad è vietato cacciare animali selvatici a meno di essere “occidentali che si divertono pagando l’esperienza della caccia esotica”.
Certo che è proibito! Le giraffe sono animali protetti, a rischio di estinzione. I safari di caccia sono consentiti a chi è disposto a pagare e tanto: è uno dei modi, contestato, non tutti i difensori della fauna selvatica lo approvano, per sostenere il costo delle riserve faunistiche.

Poi, Ismail, decide di partire in cerca di lavoro e inizia un lungo viaggio, spesso costretto a lavori forzati.
Con che soldi parte? Chi lo costringe ai lavori forzati?
Sperando in un passaggio in pick-up verso Tripoli, viene invece rapito dalla milizia – è il suo racconto – ha il torto di nascondere i pochi soldi conservati nelle calze e si rifiuta di unirsi alla milizia.
Notare che dice “la milizia”, come se in tutta l’Africa ci fosse solo una milizia, quella!

Lo beccano e lo torturano, finché lo caricano su una macchina portandolo in una sorta di prigione su una montagna, dove ci sono anche bambini e donne. Ismail si salva facendo servizi di pulizia alla milizia e serve loro alcol nelle serate di baldoria, fino a farli vomitare, quindi, nel buio della notte e con la scusa dell’ennesimo giro per gettare la spazzatura, lancia invece nella boscaglia le chiavi delle macchine dei miliziani (in modo che non possano inseguirlo) e inizia a correre nella prima direzione utile (ferendosi gravemente a un piede nel buio del bosco).
Qui c’è molto da commentare: cattivi musulmani che si ubriacano fino a vomitare e lasciano tutte le chiavi delle loro macchine sui tavoli in bella vista o addirittura nei cruscotti?! Bravi! Però la spazzatura la fanno portare via! E qual è la prima direzione utile?

Grazie all’aiuto di alcuni amici riesce ad arrivare al confine con la Tunisia, dove viene caricato su un barcone con altre 91 persone.
Incredibilmente, nel nulla della sua disperata situazione, ecco che, come per incanto, compaiono degli amici e grazie a loro, arriva al confine con la Tunisia. Di lì a raggiungere la costa non dice nulla.
Vengono poi circondati da quattro elicotteri e altre navette, e come in un inseguimento da film, riescono a raggiungere Lampedusa.
Cioè, il barcone raggiunge Lampedusa inseguito da elicotteri e navette?!

 La storia di Mohamed

Viene dalla Somalia (Mogadiscio). Molto povero e orfano, a 16 anni se ne va e raggiunge l’Arabia Saudita, dove trova lavoro come giardiniere in una famiglia ricca, che gli affida il cane Cookie. Conosce una ragazza di cui s’innamora follemente e riesce a mandare qualche soldo alla famiglia.
L’Arabia Saudita è lontana, ci vogliono denaro e tempo per arrivarci. Di solito si passa dallo Yemen in perenne guerra…

Ma, ahimè, un giorno a un controllo di polizia viene fermato e rimandato a Mogadiscio perché è entrato nel paese illegalmente e senza documenti. Però lui riparte subito per lo Yemen, dove incontra Khaled e insieme vanno in Sudan, poi da lì in Libia, dove vengono arrestati e torturati.
Con che denaro, con che mezzi vengono compiuti tutti questi spostamenti? Dettagli superflui evidentemente…

Dopo nove mesi viene trasferito al centro di detenzione di Tajura (Tripoli), finché nel 2019 un bombardamento fa saltare in aria parte della prigione. Dopo due tentativi finiti in naufragio, Mohamed riesce ad arrivare in Italia, grazie alla SeaWatch3, una nave che ha portato in salvo molti migranti.
Bombe, naufragi, torture…nient’altro?

La storia di Khaled

Libia, centro di detenzione migranti

Anche lui somalo come il compagno d’avventura, Mohamed, racconta di essere figlio di un giornalista “che si espose contro al Shabaab” e “quando Khaled aveva 13 anni, le guardie diedero fuoco alla sua casa, uccidendo a colpi di arma da fuoco il padre e il fratello maggiore (la madre e i fratellini più piccoli non si sa tuttora che fine abbiano fatto).
Le guardie? Perché mai le guardie??? Caso mai i miliziani di al Shabaab!
Inizia così il suo viaggio della speranza. Corre più che può fino alla cittadina vicina, dove un amico gli dà un paio di scarpe e dei soldi, con cui raggiunge lo Yemen da cui poi, con Mohamed, va in Sudan e poi in Libia.
Come sempre, sembra che viaggiare in Africa sia gratis e che il continente sia piccino piccino… basta incamminarsi e in un momento ecco che si arriva alle coste del Mediterraneo!

In Libia viene torturato e si salva perché in fin di vita (ma si prende la tubercolosi). Infine riesce ad arrivare a Tripoli, dove viene portato al Centro di detenzione di Tajura e organizza una fuga su un gommone con altri ragazzi. Vengono beccati dalla polizia, che spara al barcone (Khaled riesce a salvarsi poiché in grado di nuotare). Li riportano a Tripoli, dove riesce a trovare lavoro come cameriere in una mensa.
Chi li riporta a Tripoli? La polizia? Che poi li lascia immediatamente liberi?
Un giorno, dopo il suo turno di lavoro, esce a farsi un bagno in mare quando improvvisamente inizia un bombardamento della città da parte delle forze del generale Haftar…
Finalmente qualcosa di verosimile!
L’albergo che ospitava la mensa ufficiali viene completamente distrutto e lui si salva per miracolo. Riesce a comunicare con Mohamed.
Immancabile il cellulare sempre provvisto di ricarica
Ritenta poi la via del mare, e, grazie all’intervento della SeaWatch3, riesce finalmente ad arrivare in Italia.

Tre storie inverosimili e piene di evidenti contraddizioni, ma alle quali, l’apparato umanitario italico, è pronto a prestare una fede commossa e assoluta. Questi superficiali criteri di giudizio, non possono che andare a discapito dei rifugiati veri, quelli che non affrontano l’esodo con le tasche piene di soldi; quelli che sono realmente perseguitati da regimi autocratici e che rischiano effettivamente la vita per aver espresso il proprio dissenso.

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