Approfondimenti

Come arricchirsi in fretta a spese della solidarietà internazionale e di chi la finanzia

Trionfo degli sprechi nelle opere ONU

Non passa giorno, anzi, non passa neppure un’intera ora, senza che dagli schermi televisivi si riversino su di noi continue richieste di denaro a sostegno delle più svariate attività a favore dell’indigenza, della ricerca medica, dell’adozione a distanza, dell’assistenza a donne abusate, ragazze madri, orfani e altri derelitti a vario titolo.

Ciò che in questi appelli viene presentato, è un vasto scenario di sofferenza, di sopraffazione, di disagio, non è certo artificioso, ma riflette una dolorosa realtà sempre più difficile da sconfiggere, malgrado che a essa si dedichino centinaia di migliaia di organizzazioni umanitarie, alcune delle quali, attive anche sotto prestigiose denominazioni.

Che si tratti di oboli mensili o di cessioni del cinque/otto per mille, sta di fatto che sia dal nutrito microcosmo della solidarietà, sia da quello delle grandi organizzazioni internazionali, la richiesta di supporto finanziario è continua e pressante. Il nostro giornale si è più volte occupato di questo brulicante mondo degli aiuti internazionali, rilevandone spesso la pretestuosità e l’indegno mascheramento di propositi tutt’altro che umanitari, là dove mere velleità vacanziere o di facile arricchimento, favoriscono la proliferazione d’iniziative che una legiferazione carente, e quasi totalmente priva di controlli, si rivela incapace di combattere.

Ma la cattiva gestione di queste opere, non riguarda solo quelle nate a carattere individuale e spesso neppure in regola con le disposizioni di legge, ma si estende anche agli enormi organismi internazionali, primo fra tutti l’ONU, l’elefantiaco macrocosmo creato a tutela dell’intero pianeta che – includendo le missioni di peace keeping – brucia ben dodici miliardi di dollari l’anno, a fronte di risultati che definire deludenti, è davvero dire poco. A questo pachiderma, che ha sede a Manhattan sulle sponde dell’East River, fanno capo sessantacinque agenzie – vere e proprie corporazioni semi-indipendenti, con propri finanziamenti. Tra queste primeggia la FAO, con sede a Roma, acronimo che sta per Food and Agricoltural Organization, la quale gestisce da sola un budget annuale di oltre un miliardo di dollari, il cui 80 per cento è speso solo per mantenere se stessa.

Truffe, incompetenze e speculazioni

Campagna Unicef contro la pedofilia in Africa

E’ tuttavia difficile ottenere dati attendibili, su quale sia il reale valore dell’imponente flusso di denaro che ruota attorno a queste istituzioni, posto che alcune di esse, oltre a incamerare i finanziamenti istituzionali, ricorrono anche alla raccolta di pubbliche donazioni (es; Unicef), ma c’è un aspetto che le accomuna in un’amara par condicio: l’inefficienza.  Sprechi enormi; gestioni approssimative; incompetenza; privilegi principeschi a favore dei propri funzionari; nepotistici reclutamenti che poco hanno a che fare con la qualità; appalti guidati allo scopo di favorire amici degli amici; progetti fantasiosi che, pur se profumatamente pagati, non vedono mai la luce… il tutto produce fiumi di denaro che si disperdono in rivoli di cui si perde presto ogni traccia e di cui nessuno sarà mai chiamato a rispondere. Se ciò avvenisse all’interno di un’azienda privata, i libri contabili finirebbero in tribunale, gli amministratori in galera e l’impresa sarebbe dichiarata fallita, ma così raramente accade nelle agenzie ONU, i cui dirigenti godono di passaporti diplomatici e granitiche protezioni che, qualora non fossero prestate, scatenerebbero un effetto domino in cui tutti sarebbero travolti.

Per circa due anni, quando ero consigliere dell’Ambasciata Italiana in Kenya, ho collaborato con l’UNICEF (United Nations Children’s Fund) per contrastare il crescente fenomeno del turismo-pedofilo nel Paese e pur avendo trovato grande disponibilità nei miei interlocutori, ho dovuto rilevare che le iniziative assunte in proprio da quest’organismo, erano praticamente nulle, poiché lo stesso si limitava a valutare e finanziare, i progetti presentati da varie NGO, una delle quali, ottenuta la pecunia, rivelò presto di essere un’accolita di truffatori.

Nell’ambiente ONU, l’Unicef gode di un budget non lontano da quello della FAO e si dedica alla raccolta fondi attraverso le donazioni e i lasciti testamentari pur se (come ha rilevato il Fatto Quotidiano) per ogni tre euro donati, due sarebbero incamerati dalla società che s’incarica della raccolta. Da notare che la sede Unicef di Nairobi, con cui ero in contatto, è compresa nel più grande apparato ONU del mondo, con oltre cinquemila dipendenti assunti in forma stabile.

La singolare storia di Giuseppe

Roma: quartier generale della FAO

Un valido paradigma, circa la disinvoltura con cui le Nazioni Unite gestiscono i propri fondi, lo ebbi verso la metà degli anni ’80 quando, a Kilifi, sulla costa nord del Kenya, incontrai un simpatico guascone, reduce da un incarico appena svolto per conto della FAO.

Evito di riferire il vero nome per non imbarazzare suoi eventuali e incolpevoli familiari. Lo chiamerò quindi Giuseppe. Giuseppe, mi raccontò che aveva un potente fratello all’interno della FAO e grazie a questa influenza, gli fu possibile non solo ottenere un incarico presso la sede di Roma, ma gli fu addirittura concesso di scegliere la destinazione a lui più gradita. Giuseppe scelse il Kenya e fu quindi inviato all’ufficio di Nairobi. “Qui trovai tre persone – raccontò Giuseppe – che si mostrarono ben poco contente del mio arrivo. Mi dissero che già non c’era lavoro sufficiente per loro: di cosa mi sarei potuto occupare io?”

Dopo questo primo contatto, non proprio di benvenuto, a Giuseppe fu suggerito di girovagare un po’ per il Kenya fino a trovare qualcosa su cui realizzare un progetto e lui, seguendo il suggerimento, giunse a Naivasha, un’incantevole località a nord di Nairobi. Qui, ospite di un confortevole resort di lusso sulle sponde dell’omonimo lago, se ne stette in panciolle per alcuni giorni, elucubrando a quale progetto poteva dar vita. Finché, dopo un paio di settimane di relax, fu illuminato da un’idea geniale: avrebbe presentato lo studio per realizzare un allevamento intensivo di gamberetti d’acqua dolce nel lago. “Naivasha è un luogo bellissimo e il servizio del resort è ottimo – commentò Giuseppe – perché mai avrei dovuto cercare un luogo diverso?” Già, perché mai?

I gamberetti mai nati nel lago di Naivasha

Aquila pescatrice a caccia sul lago di Naivasha (Kenya)

Iniziò così una lunga sperimentazione. Furono reclutati valenti e costosi esperti dall’Italia e dalla Gran Bretagna; l’acqua del lago fu ripetutamente analizzata con avanzate tecnologie; si eseguirono prove con diverse tipologie di gamberetti che avrebbero dato vita alla colonia; l’intera superficie del lago fu accuratamente studiata; si crearono chiuse artificiali per separare le specie autoctone (ippopotami, pesci e coccodrilli) dagli spazi da destinare ai gamberetti, finché, dopo circa due anni di studi, corposi investimenti, sperimentazioni e tentativi, la conclusione fu che il progetto non poteva essere realizzato. Giuseppe, fece armi e bagagli e approdò a Kilifi, altra splendida località affacciata sull’Oceano Indiano, dove si costruì una casa piuttosto bizzarra e lì visse finché ci perdemmo di vista.

Non chiesi mai a Giuseppe quanto avesse ricavato dal fallito progetto dell’allevamento gamberetti, né lui me lo disse spontaneamente, ma penso si trattò di una somma non indifferente giacché, grazie a quella, poté dotarsi di una confortevole dimora e viverci per molti anni, godendosi le candide spiagge coralline del Kenya, senza la preoccupazione di doversi creare altri redditi.

I contributi versati alla FAO, sono così riusciti a rendere felice almeno una persona: l’eclettico Giuseppe, il quale, più che stupirmi per la dissennatezza con cui i fondi della FAO furono dissipati, riuscì a sbalordirmi per la disinvoltura con cui ebbe il coraggio di raccontarmi la sua storia, facendosene irridente vanto e senza provare il benché minimo imbarazzo morale.

Una storia partorita dalla fertile fantasia di Giuseppe che l’ha inventata di sana pianta a mio uso e consumo?
Non mi sento davvero di crederlo.

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