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Chi realmente sponsorizza l’assurdo conflitto israelo-palestinese?

Estero
Franco Nofori
16/05/2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

La scellerata strategia di Hamas

L’Iran degli ayatollah fornisce ad Hamas razzi di propria tecnologia; Hamas li lancia su Israele, con vittime e danni limitati; Israele risponde con incursioni aere sulle installazioni di Hamas che subisce, vittime e danni di gran lunga superiori, in virtù della maggiore capacità bellica israeliana. Non importa quale delle due parti riscuota le nostre simpatie, ciò che sempre conta in qualsiasi conflitto, è l’irrinunciabile e solida previsione di poterne uscire vittoriosi. Su questo assunto, che è alla base della più elementare strategia militare, la scelta di Hamas appare quanto di più scriteriato si possa pianificare e (soprattutto) mostra una sprezzante indifferenza verso la vita della propria gente. Un documentario della BBC di non molto tempo fa, mostrava come le installazioni di Hamas siano situate all’interno di zone urbane densamente abitate, che i miliziani islamici, impediscono ai residenti di abbandonare.

Questa spietata opzione adottata da Hamas, serve a vanificare il preavviso di circa 60 minuti che precede i bombardamenti israeliani, proprio per consentire ai civili di mettersi in salvo. Perché Hamas, opta per una scelta così crudele verso la propria gente? Perché l’unico suo mezzo per propagandare al mondo la crudeltà degli avversari e di mostrare i corpi senza vita di bambini e altre vittime civili, i cui feretri sono accompagnati da folle straziate dal dolore. Cosa c’è di più ripugnante del barattare la vita dei propri compatrioti per strappare al mondo effimere lacrime di cordoglio? Anche all’origine di quest’ultimo conflitto c’è – ancora una volta – la sovranità su Gerusalemme, rivendicata sia dai palestinesi e sia dagli israeliani. Ciò che i primi imputano ai secondi, è di avergliela proditoriamente sottratta, eleggendola a propria capitale.

Gerusalemme non è mai appartenuta alla Palestina

Ciò che però ci si scorda di dire, è che Gerusalemme non è mai stata una città palestinese. Prima del conflitto arabo-israeliano del 1967 essa apparteneva alla Giordania che mai si è sognata di cederla alla Palestina, né questa l’ha mai rivendicata. Anzi, uno dei più feroci stermini di palestinesi non è stato attuato da Israele, ma proprio dalle forze beduine, che costituivano l’élite della guardia reale del sovrano Ḥussein. Lo scontro finale tra le truppe giordane e i guerriglieri palestinesi di Al-Fath, il braccio armato dell’OLP di Yasser Arafat, si concluse nel luglio 1971 con la morte di circa 5.000 combattenti palestinesi, eccidio che è tutt’oggi ricordato con il nome di “Settembre nero”. La Giordania fu a lungo criticata dal mondo arabo per questo sanguinoso epilogo ma re Hussein era stato costretto a compierlo per mantenere intatta l’integrità del proprio Paese.

Il conflitto del 1967 che vedeva Israele combattere da solo contro Giordania, Siria Egitto e Iraq è ricordato come “la guerra dei sei giorni”. Esso fu disastroso per i Paesi arabi che vi parteciparono. L’Egitto perse la penisola del Sinai e il conseguente controllo del Canale di Suez; la Siria dovette rinunciare alle alture del Golan e la Giordania perse Gerusalemme oltre alla Cisgiordania con il controllo della sponda occidentale del fiume Giordano, la più importante e vitale riserva d’acqua dell’area mediorientale. Re Hussein aveva pagato un prezzo troppo alto per soddisfare la sfrenata passione guerriera del suo omologo egiziano Nasser e firmò un immediato trattato di pace con Israele le cui forze erano peraltro già penetrate fino alle porte della capitale Amman. In riconoscimento agli accordi di pace, Israele ritirò le proprie truppe dal Paese, ma non rinunciò alla Cisgiordania e a Gerusalemme.

Settant’anni di guerra e millenni di persecuzioni

La capitolazione degli alleati arabi, non andò per niente a genio ad Arafat che dall’interno del confine giordano, continuò a lanciare attacchi contro Israele provocando le sue immediate incursioni aeree. La cosa spaventò Re Hussein che, dopo aver tentato di far desistere i guerriglieri palestinesi dall’agire sul proprio territorio e temendo un’altra invasione israeliana, cedette infine alle pressioni dei propri generali e debellò con forza le attività della guerriglia palestinese, con il già detto “Settembre nero”.  Che la pietosa questione palestinese meriti una soluzione è fuor di dubbio, ma che questa sia esclusivamente imputabile a Israele è solo indegna propaganda dei circoli anti-ebraici. Israele è uno dei più giovani stati del pianeta. Poco più di settant’anni fa ricevette dalla Gran Bretagna un territorio arido e sassoso, più piccolo della Toscana, che trasformò in un fertile giardino, con insediamenti urbani ben organizzati e gestiti con alti livelli di efficienza.

Tutto questo, la popolazione ebraica, riuscì a farlo, difendendosi costantemente dagli attacchi dei paesi arabi circostanti e dalle continue azioni terroristiche dei guerriglieri palestinesi Al-Fatah, Fedayn e Hamas, foraggiati e assistiti da Siria, Egitto, Giordania, Iraq, Libia, Libano, Iran e vari altri di fede islamica. Gli ebrei furono così costretti a trasformarsi, oltre che in un popolo laborioso, anche in un popolo guerriero, pur se attraverso tre millenni di storia, avevano dovuto subire ovunque atroci persecuzioni, sentendosi ospiti sgraditi in ogni paese del mondo. Anche Israele, ovviamente, non si sottrae al fanatismo di alcune sue formazioni sioniste interne, radicalizzate nei propri convincimenti religiosi ed è a causa di questo fanatismo che il processo di pace in atto sotto il governo di Yitzhak Rabin, fu bruscamente interrotto quando, il 4 novembre 1995, il primo ministro israeliano, da poco insignito del Nobel per la pace, fu ucciso da un fanatico connazionale dell’estrema destra israeliana.

Eppure la pace era stata raggiunta…

Nei giorni a ridosso di quel tragico evento, mi trovavo in Giordania e – sbrigate le incombenze professionali – fui accompagnato, grazie alla cortesia dei miei ospiti, a visitare il ben conservato insediamento romano di Jerash e l’affascinante spettacolo dell’antica città di Petra. Entrambi i siti pullulavano di turisti israeliani, mentre giovani e sorridenti ragazzi arabi, offrivano t-shirt con impresse, la bandiera giordana e la stella di Davide. Si era circondati da una gioiosa atmosfera di serenità e di pace. Il mio accompagnatore mi disse che, grazie a quell’accordo, Israele provvedeva al suo Paese l’acqua necessaria per superare i periodi di maggiore siccità di cui, ricorrentemente, soffre la Giordania. Quell’idilliaca sensazione, si spense tragicamente la sera del 4 novembre 1995, quando raggiunto l’aeroporto di Amman, per il viaggio di rientro, venni a sapere dell’uccisione di Rabin. Tutti i voli erano stati bloccati e la confusione era indicibile. Dopo molte ore di attesa e solo grazie all’aiuto del mio contatto locale, riuscii a imbarcarmi su un volo d’emergenza che mi portò al Cairo.

L’allora Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin

Il presidente Palestinese, Yasser Arafat, anche lui insignito del Nobel per la pace, partecipò commosso alle esequie del “suo amico” Rabin. Quell’episodio, credo valga a dimostrare che entrambi i popoli, palestinese ed ebraico, anelano alla pace ed è solo la cocciuta e perseverante cultura dell’odio che, per ragioni egemoniche e geopolitiche, sopravvive all’interno dei due schieramenti, a determinare una perenne e sanguinosa ostilità. Pretendere che Israele restituisca Gerusalemme, Cisgiordania e alture del Golan, conquistate con il sangue, è una richiesta futile e utopica, perché non potrà mai essere soddisfatta. Gerusalemme è il luogo fondante del regno di Davide e assoluto simbolo della religione ebraica, mentre gli altri territori rendono più difendibili i confini Israeliani e in ogni caso, anche qualora tale restituzione dovesse avvenire, chi ne beneficerebbe non sarebbe la Palestina ma due Stati arabi, Siria e Giordania, che per la Palestina e per un intero secolo, hanno fatto ben poco se non nulla.

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