Politica

C’è l’Europa dei potenti e poi c’è quella dei vassalli…

Estero
Franco Nofori
22 ottobre 2021
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Polonia ribelle

La Polonia e il suo popolo vogliono restare in Europa, ma si ribellano ai disposti UE, sostenendo che la legge nazionale deve sempre prevalere su quella europea e questa posizione riceve l’immediato (e piuttosto scontato) supporto del premier ungherese Viktor Orbàn. Il leader polacco è stato esplicito: “Il diritto europeo – ha detto Mateusz Morawiecki – non può imporsi su quello di una nazione sovrana”. Così non la pensano però i rigoristi dell’Unione, soprattutto un falco per eccellenza, il primo ministro olandese, Mark Rutte, che chiede perentoriamente all’Unione europea di trattenere, ipso facto, i 36 miliardi di euro del Recovery Fund, stanziati per la Polonia. Del resto è la stessa presidente della Commissione Europeaanche se con toni più moderati – a lanciare lo stesso monito: “Agiremo contro questa minaccia ai valori dell’Ue. – Ha detto Ursula von der Leyen No ai fondi del recovery senza la riforma della giustizia polacca”.

E’, infatti, la giustizia a rappresentare il cuore di questo contenzioso. L’Europa vorrebbe una riforma delle norme polacche ispirate al progressismo, cosa che il solido convincimento conservatore polacco è piuttosto restio ad applicare, soprattutto per quanto riguarda i diritti LGBT, le coppie di fatto e la nuova concezione della famiglia, la cui tradizionale configurazione è protetta, in Polonia, da un’aurea di sacralità. Il fatto è che nell’opporsi alle pressioni europee, Varsavia non si rifà ai crucci della classe politica al potere, ma si attiene a una risoluzione della propria Corte Costituzionale che ha dichiarato incompatibili le proposte dell’Unione Europea con le attuali leggi polacche. Chi ha ragione? Su un piano prettamente utilitaristico, l’annessione all’Europa è stata, per la Polonia, indiscutibilmente vantaggiosa perché negli ultimi cinque anni ha ricevuto ben 49,5 miliardi di euro, molto più di quanto da lei versato alle casse dell’Unione, al contrario dell’Italia che, nei rapporti con l’Europa ha versato, nel 2015, 16 milioni di euro e ne ha ricevuti circa 12, lamentando un passivo di quattro milioni.

Ma chi sono i perdenti nello scontro?

La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen e il premier polacco Mateusz Morawiecki

Inoltre, grazie al sostegno UE e alle imprese europee che hanno investito nel suo territorio – ma anche in virtù di una gestione politica oculata e competente – la Polonia ha realizzato un trend economico che la sta avvicinando al traguardo di settima potenza comunitaria. Questo va anche a onore del suo popolo che afflitto a lungo, prima dal nazismo hitleriano e poi dalla lunga occupazione sovietica, si trova finalmente libera di organizzare il proprio futuro. Se questi sono i benefici della sua appartenenza all’Unione, perché, allora, questi continui contrasti con Bruxelles? Polonia e Ungheria, sono Paesi conservatori, retti da governi di destra e tenacemente anticomunisti, configurazione, questa, non esattamente gradita dai vertici europei e c’è quindi il sospetto che si stia attuando una regia per indurli a recedere da alcune delle loro posizioni. Questo sospetto è, tra gli altri, rivelato anche da Raffaele Fitto, copresidente del gruppo Ecr-FdI: “Non esiste altro tema che abbia avuto l’attenzione e l’interesse del parlamento europeo quanto quello della Polonia. Siamo di fronte al tentativo di cambiare un governo legittimamente eletto”.

La cancelliera tedesca uscente Angela Merkel

Il rilievo di Fitto non può dirsi del tutto infondato, giacché altre dissociazioni dai disposti della UE, sono già state attuate, in passato, da Danimarca, Francia e dalla stessa Germania, i cui precedenti, è probabile abbiano indotto Angela Merkel – negli scampoli del suo mandato – a intervenire con moderazione sulla diatriba in corso con Varsavia. Una Varsavia che, peraltro, non appare per nulla intimorita dalle provocazioni della UE, cui il premier Morawiecki ha risolutamente risposto: Non è ammissibile che si parli di sanzioni. Respingo la lingua delle minacce e del ricatto”. La Polonia ha certamente da perdere in una davvero improbabile ipotesi di Polexit, ma è certo che anche l’Europa ne uscirebbe con le ossa rotte. Dopo il sofferto disimpegno della Gran Bretagna, un’altra defezione, soprattutto in un’area così sensibile come quella dell’ex blocco sovietico, unita ai non pochi mugugni di altri paesi, potrebbe scatenare un effetto domino con il rischio di accordi intraeuropei che sancirebbero il progressivo sgretolamento dell’Unione. Bruxelles, come suggeriscono in molti, dovrebbe riconsiderare le proprie posizioni e realizzare a quella riforma delle proprie norme che è ormai vanamente auspicata da decenni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *