Politica

“Andate a delinquere in Italia, troverete giudici benevoli e carceri confortevoli da cui uscirete presto”

 

Redazionale
Franco Nofori
Torino, 22/02/2021

Dei delitti e delle pene…

“Quando si uccide un malfattore o un nemico pubblico dello Stato, il delitto è giusto”, diceva Tommaso d’Aquino e a quest’autorevole principio si è riferita la giustizia italiana fino al 1947 quando all’omicidio, la legge rispondeva con l’omicidio. L’ultima esecuzione non avvenne nel ventennio fascista, ma già in epoca repubblicana. La sentenza, pronunciata dal tribunale di Torino, punì, infatti, con la pena capitale il feroce sterminio di un’intera famiglia di Villarbasse a scopo di rapina. Gli autori della strage, tre lavoratori stagionali di origine siciliana, furono fucilati alle Basse di Stura, un popolare quartiere torinese. Benché ci fossero già forti fermenti popolari contro la pena di morte – che sarà definitivamente abrogata solo pochi mesi dopo – l’allora Presidente della Repubblica, Enrico de Nicola, respinse la richiesta di grazia lasciando che l’esecuzione avesse luogo.

Stupirà che le teorie di un venerato santo del 13° secolo e quella di un autorevole presidente liberale del 20°, fossero entrambe contraddette dall’insigne filosofo e giurista Cesare Beccaria che, già nel 18° secolo, precisava che la giustizia non deve mai trasformarsi in vendetta è che nel pronunciare una sentenza di condanna, occorre sempre preferire il principio della riabilitazione, rispetto a quello della punizione.

Da quell’ultima esecuzione nel capoluogo sabaudo, sono passati settantaquattro anni. Un semplice battito di ciglia nell’ampio quadro dell’evoluzione storica, eppure, quell’evoluzione, ha portato la giustizia umana a esibirsi attraverso reiterati e – per alcuni versi – sbalorditivi eccessi che l’hanno portata da un rigorismo estremo a una tolleranza quantomeno sprovveduta.

Clemenza e riabilitazione

Ignazio De Francisci, procuratore generale della Corte d’Appello di Bologna

“Agli occhi della criminalità internazionale, commettere delitti in Italia è più lucroso e meno rischioso che in patria, inoltre, alle carceri dei loro paesi sono preferibili le nostre”. E’ una dichiarazione su cui si dovrebbe riflettere perché a farla, non è un accanito giustizialista, ma un uomo di legge, Ignazio De Francisci, procuratore generale della Corte d’Appello di Bologna.  Agli annosi problemi burocratici che vedono molti reati prescriversi, prima ancora di poter giungere al dibattimento; al disinvolto riconoscimento della protezione internazionale a chiunque la chieda; alla radicalizzazione in carcere di malfattori e terroristi… si aggiungono troppo spesso sentenze di surreale clemenza che più che infliggere pene, sembrano voler dispensare dei premi. Molti esecutori di crimini, sono rimessi in libertà il giorno successivo a quello dell’arresto, con l’unico proposito di delinquere ancora e ancora, disperdendo cosi pubblico denaro e umiliando le forze dell’ordine, che arrestano ripetutamente i colpevoli per poi assistere frustrati a una magistratura che li rimette prontamente in libertà.

A questo scriteriato andazzo, fanno spesso seguito, procedimenti a carico delle forze di polizia che si vedono incriminate per danni (veri o presunti) causati all’arrestato. Dov’è il deterrente che dovrebbe favorire la riabilitazione, suggerita da Beccaria e la non reiterazione del crimine? Ciò che avviene è l’esatto contrario, poiché è proprio l’apparato giudiziario che, attraverso la sua immotivata indulgenza, sponsorizza la prosecuzione del reato. Anche nei confronti di alcuni crimini tra i più ripugnanti, vedi lo stupro, le molestie sui minori, l’aggressione ad anziani… la giustizia umana si mostra quasi connivente con l’esecutore. Ci si affanna a rovistare nel calderone delle motivazioni umane, per uscirne con argomentazioni davvero inverosimili, come quella rivolta allo spacciatore, perché “la vendita di droga rappresentava la sua unica fonte di sostentamento”, o quella riferita allo stupratore seriale perché, in virtù della sua cultura “non sapeva (il poveretto!) che stuprare una donna sulla spiaggia, era un reato”.

Giustizia tradita

4 marzo 1947, la Stampa di Torino, dà notizia dell’avvenuta esecuzione di Francesco La Barbera, Giovanni Puleo e Giovanni D’Ignoti, esecutori della strage di Villarbasse

La moderna società umana, non può certo riproporre la pena capitale, i lavori forzati in catene o i bagni penali della Cayenna, ma certe sentenze dei nostri giudici odierni – soprattutto italiani – legittimano qualche fondato sospetto sulla salute mentale di non pochi di coloro che sono chiamati ad amministrare la giustizia.  Sì, perché se non si tratta di carenze neuroniche, non può che trattarsi di favoreggiamento al crimine, poiché è proprio questo che le loro sentenze producono: la sostanziale certezza dell’impunità.  Questo indegno stato di cose è drammaticamente aggravato da una lentezza bizantina; da una leziosa speculazione dialettica e dall’istrionica abilità degli uomini di legge, di speculare sulle norme giuridiche, ignorando volutamente il principio che le aveva ispirate.

Non abbiamo dati recenti, ma solo nel 2017, oltre 125 mila procedimenti giudiziari sono stati archiviati causa prescrizione. Per i casi già rinviati a giudizio, la maglia nera spetta ai tribunali di Salerno, Cagliari e Reggio Calabria, mentre i tempi medi per approdare a sentenza in una causa civile, sono di sei anni, ma tra ricorsi e controricorsi si può arrivare tranquillamente anche dieci o vent’anni. Non sono perciò pochi i ricorrenti che ottengono il riconoscimento dei propri diritti quando sono ormai defunti e definire tutto questo con il termine “Giustizia” è una beffa grottesca, anche perché, pur nel riscontro delle proprie inefficienze, autorevoli ambienti della magistratura italiana, si mostrano invece tempestivi ed efficaci, quando si prestano a essere abilmente manipolati, per eliminare avversari politici sgraditi all’establishment.

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