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Allarme nelle micro-imprese delle Partite IVA: aumentano i suicidi per motivazioni economiche

Piccole imprese avviate al collasso

Sono venticinque quelli registrati durante il lockdown forzato e ventuno i tentativi falliti. E’ recente La notizia di un imprenditore di Napoli, morto suicida causa le preoccupazioni e le difficoltà della sua azienda (dipendenti inclusi). Le sue responsabilità come titolare di un’impresa entrata in una crisi, in questi mesi di “stop” causa Covid-19, non lo aveva risparmiato. Questa, però, è solo una delle tante vicende dal tragico epilogo di questi ultimi mesi in cui gli imprenditori hanno dovuto fronteggiare gli effetti devastanti, e non calcolati, del blocco totale delle attività e della produzione, imposti dall’emergenza sanitaria.

Esistono studi sul fenomeno delle morti legate alla crisi e alle difficoltà economiche, i dati aggiornati lanciano un severo allarme per il dramma che si sta consumando nel nostro Paese. Una vera tragedia nella tragedia, perché alle già numerose vittime del Coronavirus occorre aggiungere i tanti, troppi suicidi legati agli effetti economici negativi provocati dall’emergenza.

I dati sono spietati, dall’inizio dell’anno i suicidi sono stati quarantadue, di cui venticinque durante le settimane del lockdown forzato e sedici nel solo mese di aprile. A questi numeri, già terrificanti, bisogna aggiungere quelli attinenti ai tentati suicidi; trentasei da inizio anno e ventuno nelle sole settimane di lockdown.

Cito come esempio un sessantenne di Baone, in provincia di Padova, che qualche giorno fa è stato salvato dal tentativo di farla finita. La causa? La sospensione, dovuta al Coronavirus, del lavoro appena intrapreso che rappresentava la sua unica fonte di reddito.

La morte delle partite IVA è anche la morte dell’occupazione

Manifestazione di piccoli imprenditori a Torino prima dell’emergenza COVID

Questo numero importante di vittime pone l’accento, ancora una volta sulla necessità di intervenire con misure e interventi a sostegno del tessuto imprenditoriale. Tra queste, l’esigenza di un programma di politiche economiche più strutturato e ampio, capace di guardare in modo specifico alle imprese e agli imprenditori. Questo è più che mai fondamentale. Mai come oggi questa esigenza diventa stringente, non solo per far ripartire l’economia del nostro Paese, ma anche per prevenire quella che si annuncia come una strage silenziosa, dove le principali vittime sono imprenditori in difficoltà. Loro non usufruiscono di ammortizzatori sociali, non hanno cassa integrazione, permessi o ferie pagate, non hanno il diritto ad ammalarsi e solo il 25 per cento di loro riesce a tenere aperta la Partita Iva fino all’età pensionabile.

Eppure permane la tendenza ad assassinare fiscalmente chi produce denaro e occupazione.
Il reddito medio di una Partita Iva è calato di settemila euro negli ultimi dieci anni. Tre milioni di partite Iva hanno chiuso e il 25 per cento vive sotto la soglia di povertà. Le Partite Iva, chiamate anche donatori d’imposta, non vanno odiate, ma salvate. Purtroppo per i governi le Partite Iva (al pari dei pensionati) sono solo inesauribili bancomat.

Ma sulle partite IVA, cala anche la mannaia di una burocrazia borbonica

Un altro problema ripetuto è quello legato ai controlli. Le partite Iva subiscono ogni anno, una media di cento controlli da quindici diversi enti. Un controllo ogni tre giorni! Occorrerebbe tagliare del 60 per cento gli adempimenti fiscali e burocratici, snellire le procedure e avere una maggiore elasticità nelle scadenze per evitare continui ricalcoli e cartelle esattoriali che mettono a serio rischio attività lavorative floride. Se non si attuano questi snellimenti, si continuerà a creare notevoli difficoltà alle piccole aziende nello svolgimento del proprio lavoro; la prima delle criticità da risolvere è proprio il carico burocratico.

La principale colpevole, però, rimane la pressione fiscale che è arrivata a toccare il 64 per cento dei profitti anche delle più piccole aziende a conduzione familiare. La crisi economica provocata dal COVID-19 interessa principalmente la perdita di reddito per queste imprese, che si è già verificata e che continuerà a verificarsi nei mesi a venire.

A tutto questo si aggiungono le prossime scadenze fiscali e contributive che sono motivo di grande preoccupazione, a fronte del mancato reddito. Non rimane che augurarsi che l’emergenza CORONAVIRUS ricordi all’Italia che esistono anche questi contribuenti e che il Governo faccia qualcosa di concreto, a fatti oltre che a parole, per alleviare l’impatto negativo che la situazione attuale sta avendo sugli autonomi.

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