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Accontentarsi del “meno peggio”, a scuola, in politica e nella vita

Crisi sì, crisi no…

Il discorso di Renzi di qualche giorno fa ha particolarmente polarizzato l’attenzione del cittadino. Sui social è stato tutto un pullulare di riflessioni, valutazioni, azzardi di previsioni. Un po’ ovunque, un po’ tutti, hanno esibito le proprie considerazioni in merito alla crisi di governo sì; crisi di governo no, e nel merito di chi potrebbe essere il candidato “meno peggio” per guidare il Paese in un futuro che si avvicina a passi di gigante. Alcuni ritengono che il meno peggio sia proprio Renzi, altri fanno altri nomi, ognuno ha la propria legittima visione, ognuno ha il suo candidato meno peggio.

Al di là di chi possa effettivamente meritare il primo posto su questo podio così controverso, ci sarebbe piuttosto da riflettere sul fatto, preoccupante, che ci siamo abituati a pensare in termini di “meno peggio”, e non di “migliore”. Anche se dal punto di vista puramente pratico i due termini potrebbero coincidere, la differenza sta nel range di elementi fra cui operiamo la scelta. Prendiamo una classe di scolari: scegliere il migliore, prendendo come parametro il voto medio sulla pagella, significa considerare una classe in cui ci sarà qualche insufficienza, ma molti 6, svariati 7, alcuni 8, un paio di 9 e magari anche un 10.

Quando si è costretti a scegliere il meno peggio significa che ci siamo spostati nel campo della mediocrità o addirittura della scarsità: tutti insufficienti, c’è qualche 1, dei 3, molti 4 e un 5 meno meno. Il cinque meno meno è il “meno peggio” del gruppo preso in considerazione. Solo che è insufficiente. Ma non si ha altra scelta, la piazza non offre di meglio.
La normalità e la naturalezza con cui accettiamo questo, sono pericolose e anche decisamente inquietanti.

Il godere dell’accontentarsi

Abbiamo perso di vista il grottesco scadimento del livello morale e culturale della nostra classe dirigente. Ma d’altra parte lo scadimento della classe dirigente è la proiezione dello scadimento morale e culturale di un intero popolo. E’ legge di natura, ogni società ha i politici che si merita. Pertanto la merce in mostra sul bancone è questa. Al momento attuale non siamo sopra la sufficienza e dobbiamo accontentarci del “meno peggio”, perché una classe dirigente con pagella almeno sufficiente non si crea dall’oggi al domani. Il rischio insito nella tacita accettazione di una qualità così scadente, purtroppo ci sfugge, non ci è chiaro. Non abbiamo la lungimiranza di capire che tutto ciò non fa parte dell’ineluttabile, siamo noi che l’abbiamo reso tale.

Avremmo il dovere morale, nei nostri confronti, nei confronti dei nostri figli e di chi verrà dopo, di esigere il meglio. Invece… alzata di spalle. Siamo così. Omettendo, come sempre, di considerare che se siamo così, non è detto che “così” si debba essere. Eravamo fra le prime potenze economiche del pianeta, ora ridotti a un simulacro del gigante di un tempo, un Titanic che affonda, e stavolta è scadente anche l’orchestrina che suona: alla chitarra manca una corda, il pianoforte è scordato e il cantante pure stonato.
Però, come si suol dire “chi s’accontenta gode”. Proverbio anch’esso pericoloso, perché accontentarsi è da mediocri e pusillanimi.
Ma per carità, questioni di punti di vista…

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