Politica

Accesa protesta delle vittime del Mal d’Africa: “Vietato criticare!”

Emotività e raziocinio

Il clima di diffusa censura che stiamo vivendo, favorisce continue emulazioni e non c’è quindi da stupirsi se il mio articolo del 10 gennaio scorso, sull’incremento demografico, ha suscitato un vespaio d’indignate contestazioni, perlopiù inviate in forma privata tramite email e messanger. “L’Africa non si tocca! – è il succo delle rimostranze – L’abbiamo già sfruttata e impoverita come peggio non si poteva fare”.
Anche in questo caso la pregiudiziale scelta di campo, sconfigge un oggettivo principio di analisi, per obbedire esclusivamente a infuocati impulsi umorali.

Eppure, nell’articolo in questione (https://www.italiettainfetta.it/con-lattuale-trend-dincremento-demografico-nel-2050-la-popolazione-mondiale-sfiorera-i-dieci-miliardi/) non facevo altro che riportare incontestabili dati statistici rilevati da organizzazioni  internazionali, che non si riferivano esclusivamente all’Africa, ma valutavano il fenomeno della sovrappopolazione in un panorama mondiale.  Perché allora questa piccata levata di scudi a difesa di accuse mai specificamente formulate? “Excusatio non petita, accusatio manifesta”, recita la locuzione latina: una scusa non richiesta è un’accusa manifesta. Sì, perché – visto che questo è il tema che si propone – quell’Africa così strenuamente difesa, di azioni correttive in cui dovrebbe seriamente impegnarsi, ne ha davvero molte e la condiscendenza mostrata da chi se ne rende strenuo difensore, serve solo a rafforzarne l’irresponsabilità.

Prostituirsi per mantenere la prole

Ho speso in Africa ben oltre la metà della mia vita attiva e il fatto di operarvi come corrispondente, mi ha portato a scrutarne con attenzione tutte le peculiarità. L’Africa vive incontestabilmente alla giornata. Il passato, in quanto tale, non è di nessun rilievo e il futuro, essendo di là da venire, non è di alcuna utilità per assolvere i bisogni del presente. Questa è la filosofia di vita che domina l’Africa. Una filosofia della cicala che impedisce ogni pianificazione per il domani, ma brucia tutto oggi, perché è nell’oggi che si avverte il bisogno. Così – per tornare all’incremento demografico – quando gli stimoli sessuali si fanno sentire, occorre soddisfarli nel momento in cui si manifestano. Del resto, se ne ho voglia adesso, che senso ha rimandare a domani?

Non è raro che, soprattutto nelle zone rurali, una donna partorisca nel periodo della propria fertilità, fino a sette, otto figli con partner diversi, fino al punto da non avere più neppure certezza su chi ne siano i rispettivi padri. Sì, il desiderio carnale è imperioso ed è difficile resistergli, soprattutto quando non si mettono mai in conto gli effetti del dopo. Così tra le tipiche e colorite immagini dell’Africa, vi è quella di giovani donne attorniate da stuoli di bimbi, accanto a quella di maschi che vagano liberi pronti a ingravidare ogni fanciulla che ceda alle stesse pulsioni, per poi dileguarsi rapidamente. Così fiorisce la prostituzione come unico mezzo per sfamare la prole. Purtroppo questo fatalistico concetto del vivere, non si esaurisce solo nella disinvolta e incauta procreazione, ma abbraccia ogni aspetto della quotidiana esistenza e del soddisfacimento dei bisogni che essa comporta, nell’ormai consolidata convinzione che a tali bisogni debbano provvedere gli altri.

Le carenze idriche

Il “pole pole” (in swahili: piano piano) è tra le espressioni africane che più affascinano il visitatore europeo, che è portato a individuarvi profonde e ataviche astrazioni filosofiche. In realtà non si tratta d’altro che di affermare un’insopprimibile indolenza, una tendenza al perenne rinvio, un’indisponibilità a prepararsi per il domani. Il concetto che conduce a quest’atteggiamento è peraltro semplice: Se il bisogno si manifesta oggi, dev’essere soddisfatto oggi, perché preoccuparsi di quello che (forse) si manifesterà domani?
Un valido paradigma di questo bizzarro modo di pensare è dato dai bisogni idrici. La mancanza d’acqua soprattutto nelle zone rurali (ma non solo in quelle) è alla base di terribili carestie, di gravi malattie infettive e di carenze igienico-sanitarie in genere.

Le necessità idriche personali, sono di norma costituite da un solo 15 per cento di acqua potabile, mentre il restante 85 per cento è destinato all’igiene personale, alla cottura dei cibi, alla pulizia dell’ambiente e al lavaggio di abiti e biancheria. Si pensi che a ogni scarico della vaschetta di un comune WC, se ne vanno dai 9 ai 12 litri d’acqua! Il primario bisogno idrico, in ambito domestico, può quindi essere facilmente assolto da acqua non potabile, reperibile dalle precipitazioni piovose, da corsi d’acqua, da cisterne e da pozzi. Quasi tutti gli europei residenti in Africa, provvedono, infatti, a scavare un pozzo in modo da poter raggiungere una vena d’acqua sotterranea, proteggendosi così dalle frequenti interruzioni dell’erogazione pubblica.

I perversi gioghi che attanagliano l’Africa

La stessa cosa feci io, reclutando allo scopo un gruppo di giovani africani che, al costo di un tanto per ogni metro di scavo, mi consentirono l’accesso all’acqua nel terreno in cui abitavo. Poiché nei quotidiani spostamenti tra casa e ufficio, notavo quasi ogni giorno, lunghe teorie di donne che, anche nelle giornate di pioggia, portavano instancabilmente grosse giare d’acqua sul capo, chiesi ai ragazzi che stavano scavando il mio pozzo, perché non si accordassero nel vicino villaggio per costruirne uno comune che potesse assolvere i bisogni della comunità, liberando così le loro donne da quella quotidiana fatica.  La risposta che ricevetti fu davvero sconcertante: “E chi ci pagherebbe per fare quel lavoro?”

Tutto questo per dire che chi davvero si propone di accorrere in aiuto dell’Africa, deve farlo individuando bene le giuste aree d’intervento, altrimenti finirà di portare più danni che benefici. L’Africa è dominata da ferrei convincimenti che occorre saper sradicare con pazienza e tenacia. Occorre liberarla dalle opprimenti superstizioni che producono scelte avventate e dannose; occorre far capire ai suoi maschi che la procreazione sconsiderata, non è segno di eccelsa virilità, ma crudele abbandono di orfani cui sarà difficile accudire; occorre farle capire che il mondo non le è debitore per gli errori che lei commette e che le soluzioni ai problemi di cui soffre, risiedono solo nella sua determinata volontà di affrancarsene.

Il compito delle organizzazioni umanitarie

Ginfranco Ranieri, l’imprenditore lombardo, presidente della “Karibuni Onlus”

Se è vero che l’emancipazione africana è tuttora ostacolata dall’irrefrenabile ingordigia dei satrapi che la governano, è anche vero che quei satrapi continuano a essere eletti proprio dallo stesso popolo che ne subisce gli effetti e che in luogo di sceglierli in ragione della loro integrità, li sceglie in ragione dell’etnia cui appartengono.  E’ come se in Italia, i piemontesi votassero solo per i piemontesi, i sardi solo per i sardi, i toscani solo per i toscani e così via.  A questo, i vari organismi umanitari, ove abbiano intenti genuini e non speculativi, devono indirizzarsi, se davvero vogliono aiutare l’Africa a emergere, valorizzando le immense risorse che possiede.  Purtroppo, si deve costatare che sono ben poche le NGO e le Onlus che si orientano verso questi traguardi per indugiare più spesso nell’insulso e sterile pietismo.

Tra queste poche e commendevoli iniziative, mi sento di segnalarne una che opera sulla costa nord del Kenya, La “Karibuni Onlus”, condotta dall’imprenditore comasco, Gianfranco Ranieri e attiva fin dal 2004.
La Karibuni che in lingua swahili sta per “benvenuto” si è indirizzata verso la responsabilizzazione degli africani, mettendo a loro disposizione scuole, ospedali e adeguati strumenti perché possano promuovere e autogestire attività imprenditoriali autonome. Niente può stimolare meglio l’ego personale e il rispetto di se stessi, se non la convinzione dell’autosufficienza, mentre, continuando nel mero assistenzialismo, senza mai curarsi delle cause che lo determinano, serve solo all’auto-glorificazione di chi lo promuove, umiliando e istigando all’accattonaggio chi ne è il destinatario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *