Attualità

CONDANNATI A MORTE 7 RESPONSABILI DELLA STRAGE DI DHAKA DEL 1° LUGLIO 2016 DOVE FURONO TRUCIDATI 9 ITALIANI

UN GIORNO DA RICORDARE

Il 1° Luglio del 2016 è una data che resterà impressa nella memoria.

Avevo sentito Claudia qualche giorno prima via skype, un contatto che non ho mai avuto il coraggio di cancellare per non dimenticare. Il suo profilo facebook è tuttora aperto “in memoria” ma i suoi post si sono fermati al 2016. Claudia sarebbe giunta a Torino nei giorni successivi, ci saremmo visti per riprendere un progetto iniziato qualche anno prima, interrotto a causa di una grave malattia da cui ero stato colpito e che aveva lasciato in sospeso per anni qualsiasi mia attività umanitaria, in attesa, forse, di una mia guarigione.

La notte del capodanno 2011 l’avevo trascorso a casa di Claudia e Gianni a Dhaka, in compagnia di pochi amici che avevo conosciuto durante una mia missione d’emergenza nel 2009 per conto del Ministero degli Esteri a seguito di un devastante ciclone.

Eravamo giunti a casa di Claudia molto in ritardo, dopo quattro ore di code estenuanti nel traffico infernale di Dhaka seppure i pochi chilometri che separavano la casa della mia amica, nel quartiere dopo l’aeroporto, da quella di Claudia, a Gulshan. La mia amica era mortificata, la top model più famosa di Dhaka, Maria Kispotta, ora star delle soap opera e della TV, aveva gli occhi lucidi. Ci teneva a quella cena, avrebbe conosciuto i miei amici, c’erano chance che qualcuno dei presenti, quasi tutti imprenditori del settore tessile, le avessero affidato l’incarico di testimonial per le collezioni estive.

Maria Kispotta, top model di Dhaka, con Max Tumolo a casa di Claudia D’antona per il capodanno 2011

 

IL PROGETTO ALL’OSPEDALE DI DHAKA

Oltre a Giovanni, Alessandra e Massimo, miei cari amici, tutti impiegati presso l’Ambasciata italiana e oltre ad altri pochi italiani era presente anche l’Ambasciatore italiano, un vero e proprio gentleman, Giorgio Guglielmino, il quale aveva dimostrato grande interesse verso il progetto sanitario per cui ero giunto a Dhaka, mirato al supporto dell’Ospedale Generale.

Un paio di giorni dopo insieme a Claudia avevo assistito a degli interventi di chirurgia plastica ricostruttiva di alcuni chirurghi italiani giunti per operare bambini affetti da malformazioni, prima di incontrare il Direttore Generale dell’Ospedale, con il quale avremmo discusso dei bisogni di un ospedale che rispecchiava l’inferno di Dhaka.

Nel reparto Grandi Ustionati, affollato fino all’inverosimile, molti attendevano il loro turno, molti altri non avrebbero mai potuto ricevere attenzioni per l’esiguo numero di medici a disposizione, e molti non avrebbero più rivisto la luce del sole a causa d’infezioni agevolate dalla mancanza d’igiene dell’Ospedale. I corridoi erano letteralmente invasi da corpi, ma non c’era il tempo di impietosirsi, serviva agire, e anche in fretta.

In un paio di sale chirurgiche alcuni operatori fumavano e altri mangiavano mentre erano in corso interventi chirurgici, altri chiacchieravano sorseggiando un tè. Claudia ed io eravamo totalmente imbardati in camici, mascherine e copriscarpe, solo i nostri sguardi sgomenti s’incrociavano di tanto in tanto. Cosa avremmo potuto fare non lo sapevamo ancora, sapevo solo di avere supporto dall’Italia ma non avevo idea da che parte iniziare.

I chirurghi italiani ospitati da Claudia, continuavano senza pause a operare. Avevano una lista d’interventi lunga come il ponte di Brooklyn, ma i pazienti in lista erano solo una minima quantità rispetto a coloro che avrebbero avuto reale bisogno di un intervento.

Claudia mentre assiste un piccolo paziente in una visita preoperatoria

IL RICORDO DI CLAUDIA D’ANTONA

Claudia seguiva con ostinazione, con trasporto e con emotività i bambini in attesa d’intervento e i chirurghi; si prendeva cura di loro li ospitava a casa sua e faceva loro da assistente. Instancabile, sempre con un sincero sorriso stampato sul suo volto. E quando era fuori da quell’inferno, non smetteva di supportare Padre Riccardo nell’assistenza a migliaia di bambini dei quartieri più poveri della capitale.

Questa era Claudia D’Antona, sempre sorridente, disponibile, amorevole verso tutti.

Dhaka e il Bangladesh ospitano una risicata comunità d’italiani, quasi tutti impegnati nel business dell’abbigliamento. Claudia divideva con suo marito Gianni Boschetti gli impegni a Hong Kong, a Dheli e Dhaka e riusciva a trovare anche il tempo di occuparsi dei bambini e delle donne con il viso deturpato dall’acido, triste usanza del Bangladesh poi emulata anche in Italia.

Quella sera del 1° Luglio Claudia aveva prenotato un volo per l’Italia ma l’urgenza di un incontro con dei clienti importanti l’aveva indotta a rinviare il volo. Anche Cristian Rossi per una triste coincidenza aveva lui stesso rinviato il volo dalla sera per il rientro in Italia. Nessuno poteva immaginare che quella sera Gulshan, il quartiere dove risiedono tutti gli stranieri, dove sono collocate tutte le Ambasciate, il quartiere oasi per eccellenza, lontano dal traffico demenziale della Capitale, un luogo considerato il più sicuro in assoluto della capitale dove poter circolare a piedi indisturbati, dove alcuni circoli per stranieri organizzano feste e cene, spettacoli e concerti, eventi di qualsiasi genere, sarebbe diventato un triste luogo di morte.

 

L’HOLEY ARTISAN BAKERY RESTAURANT DI DHAKA

Il ristorante Holey Artisan Bakery, luogo dell’eccidio

A cena, in uno dei più famosi ristoranti di Gulshan, l’Holey Artisan Bakery, un luogo incantevole immerso nel verde, dal cibo raffinato e non costoso, e poco distante dall’Ambasciata Italiana, alcuni stranieri cenavano tranquillamente come una delle tante altre sere d’incontri tra amici o per incontri di lavoro.

A cena in corso Gianni Boschetti, il marito di Claudia, riceve una telefonata, esce dal locale per rispondere e mentre è nel giardino un gruppo di balordi terroristi entra nel ristorante seminando il terrore. Gianni fu salvato dalla telefonata rimanendo nascosto tra i cespugli, chiamò la polizia e nell’attesa gli ospiti del ristorante furono tenuti in ostaggio per ore.

Nel frattempo alcuni connazionali dei terroristi e coloro che furono in grado di recitare un versetto del Corano, furono graziati, gli altri uno a uno furono trucidati, alcuni furono sgozzati come animali da sacrificio. Il cuoco italiano scappò verso il tetto saltando nel giardino e mettendosi in salvo insieme ad altri dipendenti del Ristorante. Gianni non aveva idea di cosa stesse accadendo là dentro, e continuò a restare nascosto. Non poteva fare altro.

 

LO SCONTRO A FUOCO TRA POLIZIA E TERRORISTI

Il corpo speciale intervenuto per fronteggiare i terroristi

Dopo ore di negoziazione il corpo speciale della polizia comprese che se non fossero intervenuti il numero delle vittime sarebbe aumentato e diede così inizio allo scontro a fuoco. Sei terroristi, ventidue poliziotti e venti stranieri restarono uccisi, vittime senza colpa di una delirante quanto falsa ideologia religiosa. L’unica colpa di Claudia e delle altre vittime fu quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Claudia non doveva trovarsi lì, come Cristian, avevano spostato il volo che li avrebbe tratti in salvo, ma se anche loro due si fossero salvati che colpe avevano commesso gli altri otto connazionali?

Con molti di loro avevo condiviso diverse serate al Circolo degli italiani. Erano tutte persone miti, allegre, piacevoli e tutte impegnate, oltre che nelle loro attività, anche a sostegno della povertà di un paese disgraziato di 170 milioni di abitanti su un territorio pari a metà dell’Italia. La comunità italiana a Dhaka era un caso più che unico dove il senso di amicizia e profondo rispetto erano un sentimento profondo e sincero

 

LE VITTIME ITALIANE

Targa in memoria delle vittime di Dhaka nell’Ambasciata italiana a Dhaka

Da sinistra in alto nella prima riga, Cristian Rossi, Vincenzo D’Allestro, Maria Riboli. Seconda riga Nadia Benedetti, Simona Monti e Marco Tondat. Terza riga Adele Puglisi,  Claudio Cappelli e Claudia D’Antona

Dhaka è un luogo infernale con milioni di abitanti di cui è impossibile fare una stima verosimile, ma il quartiere di Gulshan è sempre stato tranquillo e mai nessuno avrebbe immaginato che un giorno le vite di 9 tranquilli imprenditori sarebbero state spezzate da sei balordi appartenenti a famiglie bene della capitale.

Uno dei terroristi fu catturato vivo negli scontri ed è grazie a lui che la polizia è poi giunta agli altri responsabili. Altri due membri della loro cellula furono uccisi durante le indagini e dopo tre anni e mezzo, la Giustizia ha finito di compiere il suo disegno condannando a morte sette responsabili.

Il 27 novembre appena trascorso, subito dopo la sentenza, è stata eseguita anche la condanna.

I Giudici affermarono che in realtà i terroristi non erano appartenenti al DAESH ma a un’organizzazione chiamata Jamad-ul-Mujahideen, che nulla aveva a che fare con le ideologie religiose. Cambia poco; le vittime non torneranno più in vita e neanche loro. Se l’insano gesto fosse stato solo un gioco per ravvivare l’appiattimento e la noia che si vive giornalmente a Dhaka, non lo sapremo mai, tuttavia il costo pagato per il gioco è stato altissimo.

Chi pensa che tutto il mondo islamico sia potenzialmente popolato da terroristi però sbaglia. Personalmente ho vissuto molte esperienze in paesi islamici e al di là delle loro rigide leggi, o delle usanze che difficilmente noi occidentali concepiremmo, ho incontrato migliaia di persone generose, miti, mai esaltate, mai inclini alla violenza, molto lontano da dinamiche che spesso loro stessi non conoscono e non approverebbero mai.

 

E’ POI COSI’ INGIUSTA LA PENA DI MORTE?

Alcuni dei condannati a morte dopo la sentenza di Dhaka

Le campagne di sensibilizzazione contro la pena di morte sono sicuramente giustificate dall’idea che nessuno ha il diritto di arrogarsi la sorte di altri uomini, nemmeno la Giustizia che dovrebbe occuparsi di riabilitare più che punire, ma come si può pensare di riabilitare chi invece si è arrogato lo stesso diritto usando una violenza inaudita nei confronti di persone innocenti, trucidandole, violando i loro corpi e calpestandoli come se fossero la feccia del genere umano.

Se i condannati a morte di Dhaka si fossero trovati in Italia, sarebbero stati graziati e dopo qualche anno si sarebbero ritrovati di nuovo fuori senza alcuna garanzia che non avrebbero ripetuto le loro gesta. E se così fosse stato quale sarebbe stata la vera giustizia? Un tema questo di cui si può discutere all’infinito, tra persone che difendono la pena di morte e altre che auspicano i lavori forzati che si scontrerebbero subito con i promotori dei diritti umani incondizionati. Quando si è colpiti nel personale e quando sono persone care ad essere colpite, ciò che i famigliari desiderano è solo giustizia e non chiacchiere da talk show. Nel mondo sono ancora 76 gli Stati dove vige la pena di morte, tra i quali gli Stati Uniti, unico paese occidentale ad applicare ancora la pena capitale. Cosa è giusto o è sbagliato lo lasciamo decidere alla coscienza di ognuno, agli intellettuali, ai politici e agli opinionisti da bar. Intanto Claudia e i suoi amici non torneranno più in vita.

UN PENSIERO PER CLAUDIA

Di Claudia non cancellerò mai il profilo facebook nè il contatto skype. Di tanto in tanto mi trovo a guardare le sue foto apprezzandone la gentilezza, lo charme, la grazia e il perenne sorriso, memore del monito che la vita è solo un soffio e che un giorno o l’altro qualsiasi balordo o disgraziato che si tratti potrebbe portarcela via, e se così fosse sarà sempre buona cosa lasciare un ricordo eccezionale ed indelebile, come ce lo ha lasciato lei.

Una risposta

  1. Grazie Carissimo Mimmo per avere dedicato un tuo articolo per ricordare queste Persone a me speciali e care. Con ognuno di loro ho trascorso dei momenti indimenticabili è sempre improntati nella spensieratezza e gioia, praticamente eravamo una bellissima famiglia in una terra lontana e difficile, tu sai benissimo di cosa sto parlando . È difficile spiegare a parole le sensazioni vissute. La condanna a morte di queste bestie non cancellerà la tristezza nel cuore e nella mia mente e sicuramente non rende giustizia alla personalità dei nostri cari amici, perché loro erano tutt’altro che morte , loro erano gioia di vivere , sorrisi , gentilezza altruisti … per me sono tutti Angeli 😘

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *